Come ottimizzare il tuo spazio di lavoro

Come ottimizzare il tuo spazio di lavoro

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Indice

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La 1° variabile: la luce
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La 2° variabile: la direzione dello sguardo
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La 3° variabile: la postura
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La 4° variabile: il focus
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La 5° variabile: la dimensione dello spazio
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La 6° variabile: il suono
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La 7° variabile: in piedi o seduti
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L'8° variabile: il movimento
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Riassumendo

In questo articolo parleremo di come ottimizzare il tuo spazio di lavoro per poter essere più produttivo.

In articoli precedenti abbiamo già parlato dell’importanza dell’organizzazione dello spazio di lavoro, ma in questo articolo parleremo sia di come ottimizzarlo che di come gestire la tua fisiologia per la produttività.

Il Dr. Andrew Huberman, professore di neurobiologia e di oftalmologia all’Università di Stanford, nel suo interessantissimo Podcast “Huberman Lab”, parla di come ottimizzare il proprio spazio di lavoro per aumentare la produttività, il focus e la creatività.

Nel suddetto episodio, il dr. Huberman spiega come organizzare il proprio ambiente fisico e come “sistemare” sé stessi in quell’ambiente fisico, al fine di tirare fuori il meglio dalla prorpria neurobiologia.

La 1° variabile: la luce

La 1° variabile - la luce

In un precedente episodio del suo Podcast, Huberman ha parlato dell’importanza di dividere le 24 ore della tua giornata in 3 diverse fasi.

In ognuna di queste fasi, il nostro corpo produce neuromodulatori e ormoni diversi e, di conseguenza, si trova in uno stato differente.

Ognuno di questi stati è più adatto di altri a diversi tipi di attività e di processi di pensiero.

Perciò, l’idea è quella di creare un ambiente che sia in sintonia con lo stato neuro-biologico del corpo, così da sostenere le naturali funzioni e abilità correlate a quello stato.

La 1° fase

Dal momento in cui ti svegli la mattina fino a circa sei, sette, otto, a volte nove ore dopo, il tuo cervello è in uno stato caratterizzato da alti livelli di dopamina e di epinefrina, così come da ormoni come il cortisolo.

Senza entrare nel dettaglio, basti sapere che questi neuromodulatori e questi ormoni, mettono il tuo cervello in uno stato di alta vigilanza.

Il primo passo

Perciò, il primo passo per essere più produttivi è quello di svolgere il lavoro che richiede più ragionamento razionale, analitico e di dettaglio in questa prima fase del nostro ciclo circadiano, perché in questa prima fase la nostra neurochimica ci predispone per questo.

Il secono passo

Il secondo passo per poter essere al massimo della tua produttività In questa fase della giornata, è quello di lavorare in un ambiente estremamente luminoso, se possibile con luce proveniente dall’alto.

È anche utile esporsi alla cosidetta “luce Blu”, come quelle provenienti dagli schermi dei computer o dei telefoni cellulari.

Questo ti consente di essere più produttivo non solo durante questa prima fase, ma nel corso di tutta la giornata.

Riassumendo

Durante la fase uno,  fase ideale per il lovoro analitico, che va da zero a circa otto o nove ore dopo il risveglio, le luci intense nell’ambiente, in particolare le luci dall’alto, aumentano la capacità di concentrazione, facilitando l’ulteriore rilascio neuromodulatori e di ormoni come la dopamina, la norepinefrina e quantità salutari di cortisolo.

La seconda fase

La seconda fase della giornata va dalle 9 alle 16 ore circa dopo il risveglio. 

Dipenderà dall’ora in cui ti sei svegliato, ma potremmo dire indicativamente che ci troviamo nella fascia oraria delle 16:00/17:00.

In questa seconda fase della giornata avviene un cambaimento nel nostro sistema.

Vi è un aumento di neuromodulatori e di ormoni come la serotonina.

Questi mettono il cervello in uno stato adatto agli sforzi creativi e al pensiero astratto.

Perciò, in questa seconda fase è bene:

  • “Abbassare” le luci.
  • Evitare luci provenienti dall’alto.
  • Ridurre l’esposizioni alle luci blu.
  • Abbassare la luminosità dello schermo del computer.

La terza fase

La terza fase va dalle 17 alle 24 ore dopo la sveglia.

Ssiamo quindi in piena notte, momento nel quale dovremmo dormire, preferibilmente al buio.

Tuttavia, molte persone per motivi diversi, si trovano a svolgere attività durante la notte.

In questo caso, limita la quantità di luce a quanto indispensabile per poter fare il lavoro che stai facendo.

Il motivo è che, se hai una luce brillante negli occhi, esaurisci i tuoi livelli di melatonina.

Sposti così in modo drastico il tuo orologio circadiano, proprio come se tu viaggiassi in un altro fuso orario, e questo finirebbe per alterare negativamente il tuo metabolismo e il ritmo sonno-veglia.

Tuttavia, è anche vero che è molto difficile rimanere svegli a studiare tutta la notte con le luci basse e che il farlo con delle luci brillanti ti aiuta a rimanere vigile e produttivo.

Dovrai perciò trovare il giusto compromesso tra la necessità di svolgere attività di notte e quella di preservare l’equilibirio dei tuoi bioritmi.

A tal proposito, Huberman suggerisce che:

  • L’ideale è lavorare di giono e dormire di notte;
  • Qualora questo non fosse possibile, la cosa migliore da fare è abbassare le luci, evitare quelle provenienti dall’alto e le luci led;
  • Se proprio non riuscissi a stare sveglio e non potessi fare a meno di lavorare, allora puoi aumentare la luminosità dell’ambiente. Questa però dovrebbe essere una scelta estrema da fare il minor numero di volte possibile.

 

La 2° variabile: la direzione dello sguardo

La direzione dello sguardo

Un altro aspetto della visione che incide sul nostro stato di attenzione e vigilanza, ha a che fare con la direzione dello sguardo.

Nel tronco encefalico esistono dei gruppi di neuroni che controllano i muscoli che a loro volta controllano il movimento delle palpebre e degli occhi.

Questi neuroni, non solo controllano la posizione degli occhi, ma innescano anche l’attivazione dei circuiti cerebrali associati agli stati di calma e di vigilanza.

Perciò, quando quardi verso il basso questi neuroni attivano aree del cervello  associate alla calma e anche alla sonnolenza e inibiscono l’attivazione dei neuroni che aumentano la vigilanza.

Quando invece rivolgi lo sguardo dritto davanti a te o quando guardi in alto, aumenti il tuo livello di allerta.

Di conseguenza, per ottimizzare il tuo ambiente di lavoro, devi fare l’esatto contrario di quello che generalmente si fa, ovvero guardare in basso verso lo schermo del computer o del cellulare.

Se vuoi essere vigile e mantenere la massima concentrazione dovrai posizionare lo schermo o ciò su cui stai lavorando almeno all’altezza degli occhi e idealmente leggermente al di sopra di essi.

Puoi farlo montando un monitor a parete, ma anche semplicemente ponendo il tuo computer su di una pila di libri, oppure su di una scatola.

La sera invece, quando guardando una serie di Netflix nella speranza di addormentarti, puoi stare seduto sul divano o semisteso a letto e posizionare lo schermo in basso sulle cosce.

La 3° variabile: la posizione del corpo

La 3° variabile - la postura

La 3° variabile riguarda la posizione del corpo in relazione alla forza di gravità.

Anche la postura ha una forte influenza sul tuo stato di attenzione e di vigilanza.

Ci sono dati che dimostrano che quegli stessi neuroni nel nostro tronco encefalico che rilasciano cose come norepinefrina ed epinefrina, diventano attivi quando siamo in piedi e ancora più attivi quando deambuliamo.

Quando ci sediamo diventano meno attivi e quando ci sdraiamo ancora meno attivi.

In buona sostanza, ogni volta che alzi i piedi sopra la vita o inclini la testa all’indietro, quei neuroni si attivano meno, e invece si attivano i neuroni che producono stati di calma e di sonno.

Insomma, non appena inizi a regolare l’angolazione del corpo all’indietro, ottieni un aumento della sonnolenza e della calma e una diminuzione della vigilanza.

Perciò, volendo essere produttivi, dovremmo evitare per esempio di lavorare o di studiare semisdraiati nel letto.

Più avanti parleremo della posizione in piedi o seduta.

La 4° variabile: il focus

La 4° variabile - il focus

C’è un altro aspetto della nostra visione che è assolutamente fondamentale per ottimizzare il nostro spazio di lavoro.

E questo ha a che fare con il fatto che la nostra vista ha due canali principali:

  • Il canale parvocellulare, che consente la visione convergente, e cioè il guardare le cose in punti specifici nello spazio e ad alta risoluzione, e che serve per osservare l dettagli.
  • Il canale magnocellulare, che consente di osservare ampie aree dello spazio visivo e a una risoluzione inferiore, e  che serve a rilevare il movimento.

Quando sei nella modalità parvocellulare, e cioè quando focalizzi lo sguardo su di un punto specifico, crei la massima quantità di allerta nel tuo sistema.

La visione convergente è incredibilmente potente non solo nel creare stati di vigilanza e concentrazione intensificati, ma addirittura stati di cognizione, di pensiero intensificati e questo perché Il cervello segue la visione in termini di messa a fuoco.

Huberman afferma che la nostra cognizione segue la nostra visione. 

Ora, in termini di ottimizzazione dello spazio di lavoro, ciò significa che non vuoi guardare uno spazio di lavoro che sia troppo ampio, tipo oltre le tue orecchie.

Perciò, ciò che guardi deve rientrare nella regione dello spazio visivo di fronte a te.

Deve rientrare nel campo visivo che vedresti se mettessi le mani a coppa  accanto agli occhi.

Nel momento in cui il tuo sguardo va oltre i 30, o certamente 45 centimetri sul lato dei tuoi occhi, defocalizzi lo sguardo e diventa molto difficile mantenere l’attenzione.

Di conseguenza, evita nei limiti del possibile, monitor troppo grandi e troppo distanti.

Attenzione però!

Quando focalizzi lo sguardo troppo a lungo su di uno spazio ristretto, gli occhi si affaticano.

Questo affaticamento dipende da processo chiamato accomodamento, per cui la forma dell’occhio deve letteralmente cambiare per poter mettere a fuoco.

L’affaticamento degli occhi potrebbe causare emicrania.

La soluzione: ogni 45 minuti di concentrazione, nella visione panoramica magnocellulare per almeno cinque minuti.

Il modo migliore per farlo è fare una passeggiata, meglio se all’aperto, anche perché il movimento ti aiuta a mantenere lo stato di attenzione e di vigilanza.

Mentre passeggi, defocalizza lo sguardo. Un modo semplice per farlo è quello di guardare l’orizzonte. In questo modo lo sguardo si defocalizza automaticamente.

Quello che devi assolutamente evitare di fare è di uscire e guardare il telefono, perché torneresti a una visione convergente.

Perciò, ogni 45 minuti circa, concediti cinque minuti per rilassare gli occhi.

La 5° variabile: l’altezza del soffitto

La 5° variabile - la dimensione dello spazio

La 5° variabile ha a che fare con l’altezza del soffitto dello spazio in cui lavori:

  • Gli ambienti con un soffitto alto sono più adatti ai processi di pensiero astratto, creativo, come per esempio il brain-storiming.
  • Gli spazi con un soffitto basso sono più adatti ai processi di pensiero analitico e di dettaglio.

Huberman fa riferimento a uno studio i cui risultati dello studio confermano quanto sopra affermato.

Dimostrano infatti differenze significative nell’elaborazione cognitiva:

  • I soffitti alti circa 10 piedi (2,5 metri) attivano i processi di pensiero legati all’astrazione e alla creatività.
  • Quelli più bassi (8 piedi, circa 3 metri) favoriscono i processi analitici,  promuovono il processi di pensiero che elaborano informazioni di dettaglio.

Ricorda inoltre che nella prima fase della giornata siamo comunque più inclini a un lavoro analitico, mentre nella seconda fase siamo invece più inclini a un lavoro creativo.

Ora, per quanto rigurda l’ottimizzazione dello spazio di lavoro, è difficile immaginare di poterlo scegliere in funzione dell’altezza del soffitto.

Tuttavia, quando possibile, potresti decidere di lavorare a qualcosa di creativo nel pomeriggio in giardino, uno spazio aperto dove il soffitto è il cielo.

Qualora invece dovessi fare un lavoro che richiede l’elaborazione di dati dettagliati, in primo luogo dovresti occupartene al mattino e, qualora ti trovassi a farlo in un ambiente con soffitti alti, potresti indossare un cappello con visiera, che è un altro modo per “abbassare il soffitto”.

La 6° variabile: i suoni

La 6° variabile- il suono

La 6° variabile è l’ambiente auditivo nel quale operiamo; potrebbe trattarsi del rumore nella stanza, del rumore proveniente dall’esteno o magari dalla scelta di ascoltare o non ascoltare musica o diversi tipi di suoni mentre si lavora.

Una premessa è doverosa; la sensibilità e la tolleranza delle persone varia enormemente tra individuo e individuo, e spesso per medesimo individuo varia da un giorno all’altro se non addirittura da momento a momento.

Ed è anche vero che la letteratura scientifica presenta studi che supportano qualsiasi tipo di ambiente come il più vantaggioso per le performance cognitive.

Alcuni sudi sostengono che  il silenzio completo sia la condizione più vantaggiosa,mentre altri sostengono che lo sia il rumore bianco o i battiti binaurali, piuttosto che la musica o alcuni tipi particolari di musica.

Tuttavia, esistono dati scientifici che testimoniano che ci sono tipi molto particolari di suoni da evitare assolutamente e altri tipi di suoni da ascoltare per migliorare lo stato di vigilanza e di attenzione.

 

È importante o è urgente? Non urgente e importante

I rumori di fondo

Molti sudi dimostrano che il rumore di sottofondo, come quello dei condizionatori o del riscaldamento, provocano gravi deficit cognitivi.

In modo particolare Huberman fa riferimento due studi particolarmente significativi.

Un primo studio di cui parla è uno studio del 2021 dimostra che il rumore di fondo e incessante aumenta il livello mentale di affaticamento e riduce notevolmente le prestazioni cognitive.

Il secondo studio a cui fa riferimento, è uno studio del 2010 che dimostra che le prestazioni cognitive sono peggiori quando c’è in sottofondo il ronzio di un condizionatore d’aria o di una stufa.

Tuttavia, ci sono alcune prove che dimostrano che i rumori di sottofondo facilitino i processi cognitivi.

E in effetti, quello che succede è che il sistema uditivo sente i suoni anche quando non presti loro attenzione; le cellule ciliate nell’orecchio interno e il timpano vibrano in concerto con quella determinata frequenza sonora.

In risposta, si attiva un meccanismo nel tronco encefalico che provoca il rilascio di epinefrina e norepinefrina e, conseguentemente, genera stati vigilanza.

Questo può essere utile quando utilizzi il rumore di fondo per brevi periodi.

Per esempio, se tu avessi difficoltà a concentrarti nel lavoro, potresti usare il rumore per attivare stati di vigilanza, lavorare in questo modo per circa 45 minuti.

Dopo 45 minuti potresti uscire a fare una passeggiata per accedere alla  tua visione panoramica e prendere un po’ di luce solare.

La cosa importante da sapere è che l’esposizione continua ai rumori di fondo è controproducente.

Toni binaurali

Toni Binaurali

Un battito o tono binaurale è un’illusione creata dal cervello quando ascolti contemporaneamente due toni con frequenze leggermente diverse.

I due toni si allineano con le onde cerebrali per produrre un battito con una frequenza diversa, che è la differenza in hertz (Hz) tra le frequenze dei due toni e che il cervello interpreta come un battito proprio. 

Ad esempio, se stai ascoltando un tono a 440 Hz con l’orecchio sinistro e un tono a 444 Hz con l’orecchio destro, sentirai un tono a 4 Hz.

I battiti binaurali portano alcune aree del cervello coinvolte nella cognizione e nell’azione a determinate frequenze.

I battiti binaurali a 40 Hertz

Studi e ricerche dimostrano che la frequenza dei battiti binaurali di 40 Hertz o 40 Hertz più o meno 5, determina un miglioramento:

  • Del funzionamento cognitivo.
  • Della memoria in generale.
  • Della memoria verbale.
  • Dei tempi di reazione.
  • Della performance in musica e matematica.

A questo proposito, Huberman riporta i risultati di uno studio e cita esattamente:

I risultati attuali sono in linea con quelli di un recente studio, che ha rilevato anche “tempi di reazione più rapidi nei partecipanti” che ascoltano battiti binaurali a 40 Hertz”. circa 40 Hertz o esattamente 40 Hertz.

In alcuni casi, portavano in qualche modo il cervello in uno stato che lo rendeva ottimale per l’apprendimento, per la memoria e per certi tipi di richiamo, compreso il richiamo di informazioni verbali, l’apprendimento della matematica, eccetera.

Perché funzionano i battiti binaurali

I battiti binaurali a 40 Hertz producono il rilascio di dopamina striatale.

La dopamina è un neuromodulatore ed è coinvolta in molti processi, come la motivazione e l’adattamento alla luce della retina.

Quello che molti non sanno è che è coinvolta anche nel movimento, motivo per cui le persone con il Parkinson, che hanno una diminuzione dei neuroni della dopamina, hanno effettivamente deficit di movimento.

Ma la dopamina striatale è strettamente correlata alla motivazione e alla concentrazione.

Inoltre, la dopamina è il substrato da cui viene prodotta l’epinefrina. La dopamina, la molecola, viene effettivamente convertita in epinefrina (adrenalina).

Perciò rilascio di dopamina porta a livelli elevati di motivazione e concentrazione.

I battiti binaurali a basse frequenze

C’è anche stata un’analisi dei battiti binaurali a bassa frequenza.

Alcuni studi hanno analizzati battiti binaurali a 7 Hertz, che sono battiti binaurali theta.

Nello studio questi battiti sono stati prodotti per 30 minuti con una sovrapposizione di suoni di pioggia e hanno mostrato che la memoria a breve termine è stata significativamente ridotta.

Altri studi dimostrano che è possibile ottenere miglioramenti nella memoria di lavoro con battiti binaurali a 15 Hertz.

Invece, battiti binaurali a 5 Hertz e 10 Hertz, riducono l’accuratezza della memoria di lavoro.

In alcuni casi abbiamo quindi un effetto negativo dei battiti binaurali sulla memoria, il che significa che non vanno sempre bene.

Cosa fare

Perciò, per quanto riguarda l’ottimizzazione del tuo spazio di lavoro, potresti incorporare l’ascolto dei battiti binaurali a 40 Hz. per migliorare la tua performance.

I dati degli studi dimostrano l’efficacia dei battiti binaurali a 40 Hertz, sia quando li ascolti durante la performance, sia quando li ascolti prima della performance per circa 30 minuti.

Esistono molte applicazioni che propongono i toni binaurali, ma vanno scelte con cura.

Come scegliere la giusta applicazione

Molte app sovrappongono altri suoni, comei suoni dell’oceano o le gocce di pioggia, ai battiti binaurali, e queste non sembrano essere così efficaci come i battiti binaurali puri.

La 7° variabile: in piedi o seduti

La 7° variabile - in piedi o seduti

La 7° variabile riguarda la posizione seduta piuttosto che in piedi. Perciò, ti chiederai: «Cosa è meglio fare?».

La risposta che Huberman fornisce, come sempre sulla base di dati scientifici rigorosamente verificati, è «entrambe!».

Questo significa che idealmente dovremmo suddividere le nostre ore di lavoro stando in piedi per il 50% del tempo e seduti per il 50% del tempo.

Esiste una grande quantità di dati che dimostra che stare seduti per cinque, sei o sette ore al giorno a lavorare, provoca problemi legati al sonno, dolore al collo, sofferenza cognitiva, problemi cardiovascolari, disturbi alla digestione, solo per nominarne qualcuno!

Le persone che stanno in piedi per lo stesso numero di ore, si trovano in una situazione leggermente migliore, in cui molte delle metriche relative alla salute migliorano.

Tuttavia, come dicevamo, l’ideale è suddividere il tempo di lavoro tra le due posizioni.

Per poter passare dalla posizione seduta alla posizione in piedi alla scrivania, esistono numerose soluzioni:

  • Ci sono scrivanie apposite, che si chiamano “sit-stand”.
  • Puoi impilare libri o scatole, per posizionare il tuo computer più in alto.
  • Esistono anche dei piedistalli che puoi acquistare e che assolvono la medesima funzione.

L’8° variabile: il movimento

L'8° variabile - il movimento

L’ottava variabile è il moviento fisico mentre si lavora.

Oggi esistono le cosiddette active work-station che consistono nel porre una sorta di tapis roulant o una specie di bicicletta sotto la scrivania.

Eistono studi e ricerche sugli effetti dell’utilizzo di questi strumenti e sulle differenze tra l’utilizzo del tapis roulant piuttosto che della bicicletta.

Huberman riporta nello specifico uno studio intitolato: “Il tipo di active workstation è importante: un confronto randomizzato delle prestazioni cognitive e di battitura tra riposo, ciclismo e tapis roulant

I risultati dello studio dicono che:

  • Non ci sono differenze significative tra le postazioni di ciclismo o tapis roulant.
  • C’è un miglioramento statisticamente significativo nei punteggi di attenzione e controllo cognitivo durante qualsiasi tipo di sessione attiva, rispetto a una semplice sessione seduta.
  • I punteggi della memoria verbale sono effettivamente peggiorati durante le sessioni attive.

Riassumendo

Per essere più produttivo devi prestare attenzione a diversi aspetti, alcuni dei quali sono relativi all’organizzazione dello spazio di lavoro mentre altri sono relativi all’utilizzo della tua stessa fisiologia, e riguardano:

  1. La luce
  2. La direzione dello sguardo
  3. Il focus
  4. L’altezza del soffitto
  5. I suoni
  6. L’essere in piedi o seduti
  7. Il movimento
Esplora il tuo obiettivo

Esplora il tuo obiettivo

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Indice

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Chunking Up
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Chunking Down
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Chunking Laterale

Dopo aver definito il tuo obiettivo secondo i criteri dell’Obiettivo Ben Formato, ora, esplora il tuo obiettivo, verificando scopo, strategia e alternative.

Robert Dilts, nel suo meraviglioso libro: “Coaching e Leadership”, propone un metodo per indagare gli obiettivi in tutte le loro dimensioni e, allo stesso tempo costruire flessibilità mentale.

In buona sostanza si tratta di prendere il proprio obiettivo e analizzarlo sottoponendolo a un processo di “chunking”.

“Chunk” significa “pezzo” e “chunking” significa “scomporre, frazionare, dividere o suddividere”.

Quello che Robert Dilts propone è un triplice processo, tre modalità interessanti per verificare il proprio obiettivo, osservandolo da tutte le prospettive possibili.

Questi processi e le relative verifiche vengono fatte attraverso tre diversi processi di chunking:

  • up, e cioè uno “spezzettamento” verso l’alto, verso l’obiettivo superiore o lo scopo;
  • down, e cioè uno “spezzettamento” verso il basso, verso la definizione della strategia;
  • laterale, e cioè uno “spezzettamento” laterale, verso la verifica delle alternative.

Dilts scrive:

Il chunking può servire a ottenere chiarezza in merito al nostro obiettivo o a esplorare possibili ostacoli al suo conseguimento, in modo che si traduca prontamente in un piano d’azione pragmatico.

Chunking Up

Chunking up

Il processo di chunking up ti conduce dall’obiettivo, all’obiettivo superiore, fino ad arrivare allo scopo.

Questa affermazione richiede che si chiarisca la distinzione tra obiettivo e scopo:

  • l’obiettivo risponde alla domanda «cosa vuoi?»;
  • lo scopo risponde invece alla domanda «perché lo vuoi?».

Per esempio, potresti decidere di voler guadagnare “X” euro al mese o all’anno. Questo è il tuo obiettivo.

Alla domanda «perché lo vuoi?» potresti rispondere di volerlo per poter consentire ai tuoi figli di studiare all’estero.

La motivazione vera risiede dunque nello scopo, mentre l’obiettivo non è che un mezzo per raggiungerlo.

I vantaggi del processo di chunking sono quindi molteplici:

  • può trasformare un obbiettivo apparentemente banale o poco stimolante in un avvincente traguardo;
  • ti consente di verificare se l’obiettivo che ti sei posto è l’unico mezzo per raggiungere il tuo scopo o se vi sono alternative interessanti.
Il processo di Chunking Up

Il processo di Chunking Up

Il processo di Chunking Up è molto semplice e consiste nel prendere il proprio obiettivo e porsi la domanda: «Se raggiungessi questo obiettivo, che cosa comporterebbe questo per me?». Bisogna poi continuare a porsi la stessa domanda per ogni risposta che si trova.

Per esempio, diciamo che hai un obiettivo “A” e rispetto a questo ti chiedi: «Se raggiungessi il mio obiettivo A, cosa comporterebbe questo per me?».

La tua risposta potrebbe essere «Comporterebbe “B”». Bene, dovrai chiederti di nuovo: «Se raggiungessi B, cosa comporterebbe questo per me?», e così via.

A tal proposito, Robert Dilts scrive:

Continuate fino a che raggiungerete un traguardo che sia sufficientemente alto e che abbia senso senza diventare troppo generico (fermatevi prima di arrivare a conseguire la pace nel mondo!).

Un esempio pratico

Comincia la lettura dal basso.

Avere le risorse per migliorare la qualità, espandere
la tipologia di  servizi e la conseguente crescita dell’azienda
Che cosa comporta per te ottenere un potenziale
fatturato doppio rispetto a quello attuale?
Ottenere un potenziale fatturato doppio rispetto all’attuale
Che cosa comporta per te avere un volume potenziale
di mercato doppio rispetto all’attuale ?
Avere un volume potenziale di mercato doppio rispetto all’attuale
Che cosa comporta per te fare un primo passo verso
l’internazionalizzazione dell’azienda?
Fare un primo passo verso l’internazionalizzazione dell’azienda
Che cosa comporta per te vendere un servizio in Svizzera?
Obiettivo: Vendere un servizio in Svizzera

 

Chunking Down

Chunking down

Il processo di Chunking Down consiste nello spezzettare l’obiettivo verso il basso, nelle sue componenti o sotto-obiettivi, in modo che sia più facile raggiungerlo.

Anche in questo caso si tratta di un processo molto semplice che consiste nel chiedersi: «Di che cosa ho bisogno per conseguire questo obiettivo?».

Esattamente come per il Chunking Up, la medesima domanda va ripetuta per ognuna delle risposte che ti dai, così da arrivare ad avere un piano o progetto dettagliato.

Il processo di Chunking Down

Il processo di

Chunking Down

Un esempio pratico

Obiettivo: persuadere il capo a darmi un aumento di stipendio
Che cosa deve accadere affinché tu possa persuadere
il capo a darti un aumento di stipendio?
Documentare la mia performance dell’ultimo anno
Che cosa deve accadere affinché tu possa documentare
la tua performance dell’ultimo anno?
Fare una ricerca comparativa sulle retribuzioni

 

Esiste un secondo processo di Chunking Down che si focalizza sugli ostacoli e le barriere al successo e che può essere particolarmente utile per risolvere problemi un po’ più difficili.

Anche questo è piuttosto semplice e snello e funziona così.

Una volta definito il tuo obiettivo o il risultato che vuoi conseguire, devi chiederti: «Che cosa m’impedisce di conseguirlo?».

Identifica quindi tutte le limitazioni potenziali e, per ognuna di queste, chiediti: «Che cosa voglio invece?»

 

Un esempio pratico

Obiettivo: Creare una cultura di responsabilità collettiva nel team
Che cosa te lo impedisce?
Al senior management piace avere qualcuno
su cui sparare quando le cose vanno storte
Cosa vuoi invece?
Che il team rifiuti la divisione e l’utilizzo di capri espiatori.
In altre parole, voglio l’unità del team.
Cosa t’impedisce di conseguirla?
La mancanza di fiducia nei membri del team. 
Che cosa vuoi invece?
Voglio fiducia tra i membri del team
Cosa te lo impedisce?
Storie di sfiducia precedenti.
Che cosa vuoi invece?
Rendere le persone consapevoli dei vantaggi reciproci
derivanti dalla collaborazione e dal lavoro di squadra.

Chunking Laterale

Chunking laterale

L’ultimo processo di chunking relativo all’obiettivo è il Chunking Laterale, che consiste semplicemente nel chiedersi: «In quale altro modo posso conseguire questo risultato?».

Nota bene che il risultato a cui si riferisce la domanda potrebbe essere tanto l’obiettivo quanto lo scopo.

Nel primo caso, esplorerai le alternative rispetto alla strategia definita attraverso il chunking down, come nell’esempio qui sotto riportato.

Un esempio pratico di chunking laterale rispetto all’obiettivo

Obiettivo: persuadere il capo a darmi un aumento di stipendioChunking Laterale: in quale altro modo puoi persuadere il tuo capo a darti un aumento di stipendio?
Che cosa deve accadere affinché tu possa persuadere il capo a darti un aumento di stipendio?Facendo sentire il mio capo in debito con me!
Documentare la mia performance dell’ultimo annoChunking Down: Cosa deve accadere affinché tu possa far sentire il tuo capo in debito con te?
Che cosa deve accadere affinché tu possa documentare la tua performance dell’ultimo anno?Risolvere un problema delicato sull’agenda del capo.
Fare una ricerca comparativa sulle retribuzioni 

 

Nel secondo caso, le alternative che andrai ad esplorare saranno relative allo scopo o a uno degli obiettivi superiori a cui sei arrivato attraverso il processo di chunking up.

Diciamo che hai un obiettivo “A” e uno scopo, o obiettivo superiore “B”.

La domanda che dovresti porti è la seguente: «Invece che attraverso la realizzazione del mio obiettivo “A”, in quali altri modi posso raggiungere il mio scopo “B”?

Un esempio pratico di chunking laterale rispetto allo scopo

Nella prima colonna, comincia la lettura dal basso.

Avere le risorse per migliorare la qualità, espandere la tipologia di  servizi e la conseguente crescita dell’aziendaChunking laterale: in quale altro modo oltre che vendendo un servizio in Svizzera posso internazionalizzare l’azienda?
Che cosa comporta per te ottenere un potenziale fatturato doppio rispetto a quello attuale?Rivolgendomi al mercato francese dove ho già molte collaborazioni 
Ottenere un potenziale fatturato doppio rispetto all’attuale 
Che cosa comporta per te avere un volume potenziale di mercato doppio rispetto all’attuale ?
 
Avere un volume potenziale di mercato doppio rispetto all’attuale 
Che cosa comporta per te fare un primo passo verso l’internazionalizzazione dell’azienda? 
Fare un primo passo verso l’internazionalizzazione dell’azienda 
Che cosa comporta per te vendere un servizio in Svizzera? 
Obiettivo: vendere un servizio in Svizzera 

 

Tutti i processi di chunking relativi all’obiettivo sono semplici e interessanti perché, come dicevamo, garantiscono un duplice vantaggio:

  • consentono di esplorare l’obiettivo in tutte le sue dimensioni;
  • costruiscono flessibilità.

Quest’ultimo punto è particolarmente vero per il processo di chunking laterale, che per sua natura costringe a valutare alternative.

Ed è noto che, secondo la legge di Ashby, “l’elemento nel sistema che ha maggiore flessibilità è l’elemento che controlla il sistema”.

Di conseguenza, applicando questa legge agli esseri umani, potremmo dire che la persona con maggiori possibilità di scelta nel proprio comportamento sia quella più capace d’influenzare il corso degli eventi futuri.

La Mappa non è il Territorio

La Mappa non è il Territorio

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Indice

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Le mappe servono
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Ma la mia mappa è il territorio!
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Il complesso di Dio
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Per le nostre mappe facciamo la guerra
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Malintesi

Potresti aver già sentito dire: «La Mappa non è il Territorio», dove “Territorio” sta per “realtà” e “Mappa” sta per la rappresentazione soggettiva della realtà.

Perciò, “La Mappa non è il Territorio” significa che ognuno di noi ha una propria visione della realtà, e che questa è inevitabilmente diversa sia dalla realtà stessa, che dalla mappa delle altre persone.

Ed è un fatto noto; ognuno di noi ha una personale percezione e interpretazione della vita, del mondo, di ciò che accade, degli altri e di sé stesso.

Ogni singolo individuo ha le proprie convinzioni, i propri valori, le proprie strategie.

Ognuno di noi attribuisce specifici significati a ciò che accade, e i significati che una persona “A” attribuisce a un fatto sono diversi da quelli che un’altra persona “B” attribuirebbe al medesimo fatto.

Allo stesso modo “A” potrebbe decidere che un fatto “X” causi la conseguenza “Y”, mentre “B” potrebbe decidere che “X” causi “Z”.

Insomma, potremmo dire che non esistono due singoli individui che se ne vanno in giro per il mondo portandosi appresso esattamente la stessa mappa. Da questo punto di vista siamo tutti inevitabilmente diversi.

Le mappe servono

Le mappe servono

Intendiamoci, il fatto che ognuno di noi abbia una propria mappa è tanto inevitabile quanto indispensabile.

Le mappe servono perché sono, appunto, delle mappe, e come tali ci indicano come “navigare” il territorio.

Senza di esse non sapremmo come muoverci nel mondo e come relazionarci uno con l’altro. Per poterlo fare, dobbiamo farci delle idee su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia vero e cosa sia falso, cosa sia possibile e cosa non lo sia, e così via.

Inoltre, il fatto che persone diverse abbiano visioni diverse è cosa buona e giusta, oltre che inevitabile. La diversità e le differenze infatti, lo sappiamo, sono alla fonte dell’evoluzione.

Tuttavia, il fatto che ognuno di noi abbia una propria visione delle cose comporta delle implicazioni sulle quali vale la pena di fare qualche riflessione.

Infatti, si tratta di implicazioni che producono delle conseguenze pratiche sulla nostra vita quotidiana e sul nostro benessere.

Andiamo ora a vedere quali sono alcune tra queste implicazioni, e quali sono gli effetti che producono nella nostra esperienza soggettiva..

Ma la mia mappa è il territorio!

Ma la mia mappa è il territorio

La prima osservazione è che spesso, se non quasi sempre, commettiamo un errore grave e pericoloso: scambiamo la mappa con il territorio.

Ci dimentichiamo che la nostra visione delle cose è solamente la nostra opinione e finiamo per credere che sia invece la realtà.

Questo “piccolo” errore di valutazione, oltre a produrre conseguenze a volte disastrose nella comunicazione tra le persone, influenza anche profondamente il nostro equilibrio e benessere personale.

Ti faccio un esempio un pò “scolastico”, ma mi auguro sufficientemente chiaro.

Una mappa ricca

Immagina che Alberto abbia una mappa di questo tipo: «La vita è un’avventura meravigliosa, il mondo un luogo altrettanto meraviglioso e sorprendente da esplorare, le persone sono fondamentalmente buone e io sono un persona di valore e con grandi risorse».

Una persona con una mappa come questa, tendenzialmente, di che umore si sveglierà al mattino? Ovvio, probabilmente buono.

Una mappa impoverita

Ora immagina invece una persona, che chiameremo Marco, con una mappa opposta: «La vita è una battaglia continua, il mondo un luogo triste e pericoloso, le persone sono fondamentalmente cattive e io valgo poco o nulla».

Nel momento in cui quest’ultima persona dimenticasse che la sua visione delle cose è solo, appunto, la sua personale visione delle cose, nel momento in cui dimenticasse che non è la realtà, come potrebbe stare? Di che umore si sveglierebbe al mattino? Che significati tenderebbe ad attribuire a tutto ciò che accade?

La mappa di Marco è quella che in PNL si chiama una “mappa impoverita; una mappa che perde di vista le distinzioni, le risorse e le possibilità di un mondo variegato e ricco.

Di conseguenza, quando perdi di vista delle distinzioni e pensi di non avere alcuna opzione disponibile, come ti senti? Oppure quando vedi poche possibilità, nessuna delle quali ti piace particolarmente, come puoi stare? Probabilmente male!

Del concetto di “mappa impoverita”, di cosa significhi esattamente, di come finiamo per crearla, di cosa comporti e di come poterla aggiornare, parleremo più approfonditamente in un prossimo articolo.

 

Il Complesso di Dio

Il Complesso di Dio

Come conseguenza del fatto che confondiamo la nostra mappa con il territorio e a causa del nostro bisogno di “certezza”, potremmo dire che tutti noi soffriamo un po’ di quello che il mio amico Brian Colbert chiama “Il complesso di Dio”: «Ho ragione, perché ho ragione, quindi ho ragione!».

E, a proposito del “complesso di Dio”, riporto qui sotto alcuni passaggi del bellissimo libro di Brian.Le abitudini della Felicità“.

Il complesso di Dio

Gli esseri umani amano credere di avere ragione. Questo è ciò che io chiamo “complesso di Dio”. Gli psicologi lo chiamano “pregiudizio di auto-protezione”. Non soltanto crediamo di avere ragione, ma anche di non poter sbagliare.

Amiamo questo senso di certezza. Ci dà una sensazione di controllo sulle cose che ci riguardano. Tuttavia, non sempre il complesso di Dio gioca a nostro favore.

Per esempio, immagina di avere una discussione con qualcuno: il tuo partner, un fratello, una sorella, un amico o un collega di lavoro.

Quale che sia l’esito della discussione, che tu abbia fatto la cosa giusta e ti sia riappacificato oppure no, la domanda è la seguente: «Hai mai creduto, anche soltanto per un momento, che la controparte avesse torto anche solo in parte?».

Naturalmente non avrai pensato di essere completamente nel giusto, ma in fondo in fondo, se ci rifletti, per lo più avrai pensato di avere ragione. È così che funziona. Il pregiudizio di auto-protezione entra in gioco prima, durante e perfino dopo una discussione […]

Il complesso di Dio si può spiegare così: «In realtà non sono il tipo di persona che prende a pugni qualcuno, ma se l’è meritato, mi ha fatto innervosire e arrabbiare così tanto, non smetteva mai… mi ha indotto a farlo. Normalmente non lo farei, ma se l’è andata a cercare».

Detto ciò, è ovvio che quando non prendiamo in considerazione l’idea di poter avere torto, quando non riusciamo a vedere le ragioni dell’altro, finiamo per:

  • parlarci addosso invece di comunicare;
  • creare conflitto invece di creare confronto, e magari litigare;
  • non riuscire a vedere la realtà dei fatti;
  • e, di conseguenza, creare dei limiti per noi stessi e per gli altri.

Per le nostre mappe facciamo la guerra

Per le nostre mappe facciamo la guerra

Riassumo brevemente quello che abbiamo visto finora:

  • Il concetto che la mappa non è il territorio;
  • il fatto che tutti noi troppo spesso tendiamo a dimenticare che la nostra visione delle cose non è sempre precisamente aderente alla realtà;
  • il conseguente “complesso di Dio”, dovuto anche al nostro innato bisogno di certezza.

Tutto ciò genera delle conseguenze anche a livello collettivo; pur di difendere le nostre mappe, finiamo per fare la guerra e ucciderci l’uno con l’altro! Esiste forse qualcosa di peggio? Magari anche no!

A questo proposito riporto qui sotto un altro breve passaggio sempre tratto dal libro “Le abitudini della Felicità” di Brian Colbert.

Il complesso e l’appoggio di Dio

Se riferito a una collettività, un’intera nazione può fare la stessa cosa e credere non soltanto che il proprio punto di vista sia quello giusto, ma anche di avere talmente ragione da meritarsi l’appoggio di Dio.

Per me resta un mistero come sia possibile che gli esseri umani pensino (1) di avere l’esclusiva di Dio e (2) che il loro Dio incoraggi e, addirittura, approvi la distruzione di parte di ciò che ha creato, quando vengono compiuti atti di guerra.

Malintesi

Malintesi

Come se tutto questo non bastasse, c’è un ultimo aspetto da prendere in considerazione; il malinteso.

Dato che abbiamo la bizzarra tendenza a dimenticare il fatto che la nostra opinione personale sia, appunto, solo la nostra opinione e non la realtà, e che il nostro personale punto di vista potrebbe essere sbagliato, finiamo per dare per scontato che gli altri condividano la medesima realtà, abbiano la stessa mappa.

Come puoi facilmente immaginare, questo può dar luogo a una serie infinita non solo, come abbiamo già visto, di conflitti, ma anche di fraintendimenti.

Quando do per scontato che il mio interlocutore condivida la mia stessa mappa, non mi occupo di indagare la sua.

Quando penso di avere assolutamente ragione, non mi occupo di esplorare e di prendere in considerazione le ragioni dell’altra persona.

Tieni anche presente che la probabilità di fraintendimenti è insita nel linguaggio stesso. Di questo parleremo più approfonditamente in uno o più prossimi articoli.

Per il momento mi limito a qualche semplice esempio: le parole astratte, o meglio le parole che descrivono concetti astratti, come “libertà, amore, collaborazione”. Queste parole hanno una caratteristica; possono avere numerosi significati diversi.

Immagina che tu debba collaborare con Anna e che Anna ti dica: «Sono contenta di collaborare con te. Credo molto nella collaborazione», e che tu le risponda: «Mi fa piacere, anch’io credo molto nella collaborazione».

Nel momento in cui tu ed Anna date per scontato che la vostra personale idea di collaborazione sia condivisa, rischiate di andare incontro alla delusione delle reciproche aspettative.

Per Anna “collaborazione” potrebbe significare che tu debba essere sempre immediatamente disponibile. Per te “collaborazione” potrebbe significare invece la condivisione di tutte le informazioni in tempo reale.

Le aspettative di Anna verranno disattese e lo stesso accadrà alle tue aspettative.

È un esempio un po’ “scolastico” e tuttavia dovrebbe rendere l’idea di quando sia facile scivolare sul pregiudizio che la nostra mappa sia un fatto inevitabilmente condiviso dal nostro interlocutore.

In uno o più prossimi articoli andremo a vedere come creiamo le nostre mappe della realtà e come siano le mappe a generare il nostro comportamento.

Perciò, ti anticipo che se vogliamo cambiare il nostro comportamento o il comportamento di qualcun altro, dobbiamo cambiare la mappa e scopriremo i modi più efficaci per poterlo fare.

La fisica quantistica

La fisica quantistica

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Indice

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La fisica quantistica
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La tana del Bianconiglio
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La storia della fisica quantistica
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Comincia l'avventura della fisica quantistica
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Il corpo nero
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La soluzione di Max Planck

Questo è un’articolo sulla fisica quantistica, o meglio ancora, sui principi fondanti della fisica quantistica, ed è la naturale prosecuzione di un articolo precedente: “Un nuovo paradigma della realtà“.

Sono consapevole che viene da chiedersi: «Ma cosa diavolo c’entra la fisica quantistica con il benessere? Perché parlare di fisica quantistica?»

Beh, secondo molti studiosi, le implicazioni della fisica quantistica hanno, o potrebbero avere, un’influenza determinante sulla nostra vita, sul nostro benessere e sui nostri risultati. Un’influenza con dei risvolti pratici una volta inimmaginabili.

Come anticipato nell’articolo precedente, secondo molti scienziati, le implicazioni filosofiche della fisica quantistica conducono a un nuovo paradigma della realtà.

Pensa solo che questo nuovo paradigma della realtà, fondato sulle scoperte delle fisica quantistica, è alla base di quella che, a livello popolare, è conosciuta come la legge dell’attrazione“.

La fisica quantistica - La voce di persone qualificate

La voce di persone
qualificate

Sono anche consapevole del fatto che potresti dire: «Ma che competenze hai tu per poter parlare di fisica quantistica?»

E la risposta è: «In effetti, nessuna specifica competenza».

Non sono certo un fisico teorico, e so anche che parlarne potrebbe apparire, da parte mia, arrogante, supponente o comunque troppo ambizioso.

Ecco perché te ne parlerò nel modo più corretto possibile, e cioè, utilizzando “la voce” di altre persone, persone assolutamente qualificate a parlare tanto di fisica classica, quanto di fisica quantistica.

Attraverso le loro stesse parole, riporterò i “fatti”, per come oggi la scienza li conosce, ed eventualmente la loro interpretazione.

La fisica quantistica

La fisica quantistica - La fisica quantistica

Facciamo un po’
di chiarezza

Prima di entrare, come si dice, “nel vivo dell’argomento”, vorrei fare un po’ di chiarezza, perché di fisica o meccanica quantistica si parla tanto, e a volte si crea un po’ di confusione.

Quello che spesso succede è che si “salti” alle implicazioni filosofiche prima ancora di aver chiarito le fondamenta scientifiche su cui queste implicazioni si basano.

Quante volte hai sentito parlare, per esempio, di “mente quantica”? Probabilmente molte; a volte a proposito e altre a sproposito.

Da tutto questo potrebbe derivare l’impressione che la fisica quantistica sia qualcosa di strano, magari addirittura un po’ esoterico, che forse esiste e forse anche no.

Così non è! La fisica, o meccanica, quantistica è quella parte della fisica che studia il comportamento dei corpi piccoli, delle particelle subatomiche, che sembrano non essere regolate dalle stesse leggi fisiche che governano i “corpi grandi”.

La meccanica quantistica spiega la struttura degli atomi, la struttura delle molecole, i legami chimici, il comportamento degli elettroni e dei metalli, e tante altre cose.

Ma anche gran parte della stessa tecnologia con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, è basata sulle leggi della meccanica quantistica.

Per esempio i semiconduttori, su cui si basa il funzionamento di uno smartphone, o anche il funzionamento del laser.

Quindi, la meccanica quantistica è una disciplina scientifica rigorosamente verificata; un insieme di strumenti matematici e fisici che servono per interpretare moltissimi fenomeni.

La tana del Bianconiglio

La fisica quantistica - La tana del Bianconiglio

Un mondo sotteraneo
ma ricco
di fantastiche promesse

Stiamo per addentrarci in un territorio “strano”, in un terreno in parte arato e in parte ancora inesplorato, un terreno che sembra davvero contenere il seme di un’interpretazione della realtà del tutto nuova.

Un seme dal quale potrebbero nascere piante e fiori con poteri speciali, capaci di essere la nostra “bacchetta magica”, un seme che potrebbe contenere rivelazioni che probabilmente ci condurranno molto più lontano di quanto ancora oggi si possa immaginare.

Idee che, come dice un fisico, ci conducono proprio sulla soglia della tana del Bianconiglio.

A questo proposito mi sembra corretto fare riferimento a un concetto espresso nell’articolo precedente “Un nuovo paradigma della realtà”, che ti suggerisco di leggere, ma che qui riassumo brevemente.

I pionieri della fisica quantistica avevano solo una vaga idea del territorio metafisico nel quale erano sconfinati e non sono perciò giunti alle implicazioni filosofiche alle quali stanno giungendo numerosi scienziati, provenienti da istituzioni credibili e di prima grandezza, che hanno prodotto una sperimentazione impeccabile.

La storia della fisica quantistica

La storia della fisica quantistica

La storia

di un fenomeno

ci aiuta

a comprenderlo

Il primo “shock”

Parleremo della storia della fisica quantistica partendo proprio dal suo inizio e seguendone l’evoluzione nel tempo.

E la storia inizia proprio nel momento in cui le evidenze dei dati sperimentali “cozzano” contro le leggi fisiche che fino a quel momento spiegavano il funzionamento di tutte le cose.

All’inizio del ventesimo secolo, cioè nei primi anni del ‘900, la fisica era considerata una scienza “matura” e “maggiorenne” e tuttavia, proprio in quel periodo i fisici si trovarono un po’ nei guai: i dati sperimentali relativi ad alcuni fenomeni non potevano essere spiegati dalle leggi fisiche note. C’era qualcosa che non andava!

I fenomeni che la fisica classica non riusciva a spiegare, e che condussero alla nascita della fisica quantistica, sono essenzialmente quattro:

  • la radiazione del corpo nero e la catastrofe utlravioletta;
  • la luce: l’effetto fotoelettrico;
  • gli spettri di emissione degli atomi;
  • l’effetto Compton.

In questo articolo ci occuperemo del primo di questi fenomeni: il corpo nero e la catastrofe ultravioletta. Gli altri tre fenomeni saranno oggetto di successivi articoli.

Ma andiamo con ordine! Che cosa diavolo è un “corpo nero”?

Comincia l’avventura della fisica quantistica

Un mistero irrisolto

Un mistero irrisolto

Prima ancora di parlare del corpo nero e della catastrofe ultravioletta, “luogo di nascita” della fisica quantistica, esploriamo insieme alcuni concetti fondamentali che ci aiuteranno a comprendere al meglio ciò di cui stiamo parlando.

All’inizio del 1900, uno dei problemi irrisolti dalla fisica classica (e all’epoca esisteva solo quella), aveva a che fare con l’energia termica; i fisici non riuscivano ancora a spiegarsi la relazione tra luce e calore, o meglio, la relazione tra il colore della luce emessa da un corpo e la sua temperatura.

Per farla breve, i fisici non riuscivano a capire il comportamento dei corpi riscaldati. Come mai cambiavano colore e come mai aumentava l’energia emanata?

In buona sostanza, i fisici avevano bisogno di una teoria che potesse spiegare il cambiamento di colore e l’aumento dell’energia emanata che si verifica nei corpi che vengono riscaldati, all’aumentare della temperatura.

Oggi sappiamo che ogni corpo, quando viene riscaldato, emette radiazioni elettromagnetiche. Questo è il motivo per il quale, quando arroventi un metallo, questo inizialmente assume un colore rosso per poi, all’aumentare della temperatura, diventare giallo e successivamente bianco.

Sappiamo anche che, sia il calore che la luce sono radiazioni elettromagnetiche che si differenziano solo per il valore della loro lunghezza d’onda.

Vediamo insieme alcune informazioni di base che ci aiuteranno a capire il tutto al meglio.

Il colore degli oggetti

In primo luogo, tieni presente che il colore degli oggetti dipende fondamentalmente da due fattori:

  • le caratteristiche dell’oggetto stesso;
  • le caratteristiche delle radiazioni che illuminano l’oggetto, che in parte vengono assorbite e in parte vengono riflesse.

Le onde elettromagnetiche

Un’altra cosa da tenere presente è che la luce è costituita da onde elettromagnetiche e le onde elettromagnetiche sono caratterizzate da alcune grandezze:

  • la lunghezza (λ), e cioè la distanza tra i punti corrispondenti di due onde successive;
  • l’ampiezza (A), e cioè la distanza tra il valore massimo dell’onda e il suo punto di equilibrio. L’ampiezza misura l’intensità dell’onda;
  • la frequenza (ν), e cioè il numero di oscillazioni che un’onda compie in un secondo. Per poter determinare la frequenza basterebbe contare il numero di creste che l’onda produce in un secondo. Per esempio, se tu buttassi un sasso in uno specchio d’acqua e questo generasse 6 onde in un secondo, la frequenza sarebbe di 6Hz.;
  • il periodo, che corrisponde al lasso di tempo necessario affinché una cresta si trovi nell’esatta posizione di quella che la precedeva. Potremmo dire che il periodo è l’intervallo di tempo della lunghezza d’onda.

Ovviamente, frequenza e lunghezza d’onda sono inversamente proporzionali e cioè, più lunga è la lunghezza d’onda, più bassa è la frequenza, mentre piò corta è la lunghezza d’onda e più alta è la frequenza.

Larghezza e frequnenza onda

Lo spettro elettromagnetico

L’insieme di tutte le possibili frequenze delle radiazioni elettromagnetiche, viene definito spettro elettromagnetico. A ogni lunghezza d’onda corrisponde un certo colore.

Pensa che lo spettro elettromagnetico, nella sua estensione, comprende radiazioni che vanno da lunghezze d’onda superiori al chilometro a radiazioni con lunghezze d’onda inferiori a un miliardesimo di millimetro!

La luce

La parte centrale dello spettro elettromagnetico rappresenta le frequenze visibili, la luce.

Questa comprende le radiazioni percepibili dall’occhio umano e rappresenta una piccola parte dell’intero spettro.

Si tratta di lunghezze d’onda comprese tra i 400 e i 700 nm, dove “nm” sta per “nanometro”, che è un miliardesimo di metro, o se preferisci, milionesimi di millimetro.

Il calore

Il calore è sempre una radiazione elettromagnetica emessa da un corpo quando questo viene portato a una determinata temperatura.

Osservando lo spettro elettromagnetico nell’immagine qui sotto riportata, puoi notare che le frequenze che, guardando l’immagine , vedi alla tua sinistra dello spettro visibile, sono frequenze che presentano una lunghezza d’onda maggiore e di conseguenza una frequenza più bassa. Per esempio, sopra i 720 nanometri, abbiamo l’infrarosso.

Viceversa, man mano che, guardando l’immagine, ti sposti verso la destra dello spettro visibile, le onde presentano una lunghezza minore e, di conseguenza, una maggiore frequenza. Per esempio, sotto i 380 nanometri, abbiamo l’ultravioletto.

Il forno a microonde, alcuni tipi di stufe, ma anche la lampadina elettrica, producono calore producendo onde elettromagnetiche nello spettro delle lunghezze d’onda infrarosse.

Spettro elettromagnetico

Il corpo nero

Il corpo nero

La “storia” del  corpo nero

Per chiarire un concetto, spesso ha senso fare riferimento alla sua storia; dove nasce e perché.

Perciò, per cominciare a parlare del “corpo nero”, farò riferimento alla sua storia riportando un breve passaggio del bellissimo libro “Il mondo secondo la fisica quantistica” di Fabio Fracas.

Quell’anno (1859), un altro fisico tedesco, Gustav Robert Kirchhoff, decise di indagare la correlazione tra temperatura e calore teorizzando un dispositivo in grado di assorbire tutto il calore a cui veniva sottoposto e di emettere, successivamente, un unico fascio di luce colorata.

 

Concretamente, questo dispositivo ideale poteva essere un semplice recipiente sferico cavo dotato di un minuscolo foro praticato in una parete.

 

Per Kirchhoff era la chiave utile a ricavare una formula che potesse predire la quantità di energia irradiata dal corpo, o meglio, la distribuzione spettrale dell’energia associata a ciascuna lunghezza d’onda, per qualsiasi temperatura […]

 

Lo strumento pensato dall’intraprendente fisico teorico era sia un assorbitore sia un emettitore ideale di radiazione; per questo motivo Kirtchoff stesso gli diede il nome di Corpo Nero.

 

Un assorbitore perfetto, infatti, non riflette alcun tipo di radiazione luminosa e appare completamente nero a qualunque osservatore.

 

L’emissione avveniva attraverso un forellino applicato sulla parete. Grazie a quel foro, la radiazione presente all’interno del corpo nero poteva fuoriuscire liberamente, mostrando un campione di tutte le lunghezze d’onda presenti all’interno del contenitore.

Il corpo nero

Riassumendo quanto sopra, in fisica, il corpo nero è un oggetto “ideale”, che non esiste in natura, capace di assorbire tutte le radiazioni elettromagnetiche che lo colpiscono (radiazione incidente), indipendentemente dalla loro lunghezza d’onda.

Praticamente, questo significa che nessuna radiazione passa attraverso un corpo nero e nessuna radiazione è riflessa da un corpo nero.

Come mai il corpo nero non riflette la radiazione? Pensa al corpo nero come a una cavità con un piccolo foro che lasci entrare e uscire le radiazioni.

Quando la radiazione è in equilibrio termico con le pareti della cavità, queste emettono tanta radiazione quanta ne assorbono. La radiazione che attraversa il foro, entrando nella cavità, viene assorbita dalla superficie interna. Riflettendosi innumerevoli volte all’interno della cavità stessa, viene completamente riassorbita prima di poter fuoriuscire.

Nonostante ciò, un corpo nero è comunque capace di emettere uno spettro di radiazioni. Questo però dipende solo dalla temperatura del corpo nero e non dalla sua forma, né dal materiale di cui è costituito.

In questo modo, sottoponendo il corpo nero a temperature diverse è possibile studiare tutte le frequenze dello spettro delle radiazioni elettromagnetiche in uscita.

Secondo la fisica classica

Secondo

la fisica classica

Tuttavia, secondo le leggi della fisica classica, ogni corpo con temperatura superiore allo zero assoluto, che è pari a – 273 gradi centigradi, emette, sotto forma di radiazione, un’infinita quantità di energia.

Quindi, un corpo nero in equilibrio termico dovrebbe irradiare onde elettromagnetiche in tutta la gamma delle frequenze. Dovrebbe inoltre emettere più energia al diminuire della lunghezza d’onda e al conseguente aumento della frequenza.

Perciò, in teoria, più aumenta la frequenza d’onda, maggiore è l’intensità della radiazione emessa dal corpo nero.

Inoltre, sempre secondo la fisica classica, l’intensità della radiazione di un corpo nero dovrebbe crescere all’infinito all’aumentare della frequenza, come nel caso dei raggi ultravioletti.

La catastrofe ultravioletta

La catastrofe

ultravioletta

Questo paradosso è conosciuto come catastrofe ultravioletta.

Se questo fosse vero, anche un semplicissimo forno domestico, se scaldato senza soluzione di continuità, dovrebbe essere in grado di emettere raggi ultravioletti, raggi X e gamma.

Tuttavia, questo non è ciò che accade; secondo le leggi e le equazioni della fisica classica questo è vero a livello teorico, ma non lo è nella nostra esperienza quotidiana, e soprattutto non lo è a livello sperimentale.

Infatti, l’intensità della radiazione emessa dal corpo nero, misurata sperimentalmente, diminuisce sia per le alte che per le basse frequenze

La catastrofe ultravioletta da Wikipedia

La catastrofe ultravioletta, chiamata anche catastrofe di Rayleigh-Jeans, è la predizione della fisica d’inizio XX secolo, evidentemente falsa, secondo la quale un corpo nero ideale in equilibrio termico con l’ambiente avrebbe dovuto emettere radiazione elettromagnetica con potenza infinita, come risultava dall’applicazione delle equazioni di Maxwell.

Essa costituì una delle prime indicazioni dei limiti intrinseci della fisica classica. La soluzione a questo problema attraverso la legge di Planck portò allo sviluppo della meccanica quantistica.

La soluzione di Max Planck

La soluzione di Planck

Una soluzione

che cambia

le regole del gioco

La soluzione al paradosso della catastrofe ultravioletta arrivò da un fisico teorico di nome Max Planck.

Lo stesso Max Planck, professore all’Università di Berlino, fu il primo a rimanere perplesso dalle sue conclusioni, in quanto scuotevano le fondamenta della fisica classica.

Tanto è vero che disse: «Si prova d’istinto un po’ di ripugnanza a rovinare le fondamenta delle teorie sui fenomeni elettrici e magnetici, che pure hanno trovato tante conferme sperimentali!»

Infatti, secondo la fisica classica, la radiazione elettromagnetica è fatta di onde distribuite con continuità nello spazio.

Invece, Planck affermò che la radiazione è costituita da unità elementari discrete di energia; i quanti.

L’idea dei quanti di energia era inimmaginabile per la fisica classica, una sorta di eresia!

Tuttavia, venne successivamente ripresa da Albert Einstein e da Niels Bohr per spiegare i problemi fino allora irrisolti in fisica classica.

Adottando l’idea dei quanti, Planck teorizzò una formula che per la prima volta riusciva a spiegare il corretto andamento della legge del corpo nero su tutto lo spettro di frequenze.

Secondo Planck:

  • la radiazione è costituita da unità discrete di energia (E);
  • questa è proporzionale alla frequenza di radiazione (n);
  • ed è inoltre proporzionale a una costante universale (h), oggi nota come costante di Planck.

La formula di Planck è quindi: (E =h ν).

Lo stesso Planck, almeno inizialmente non si rese del tutto conto della portata rivoluzionaria della sua ipotesi, empirica e fondata su di un artificio matematico.

Tuttavia questa gli valse il Nobel per la Fisica nel 1919.

 

Un nuovo paradigma della realtà

Un nuovo paradigma della realtà

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Indice

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Il vecchio paradigma della realtà
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Le implicazioni del vecchio paradigma della realtà
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Verso un nuovo paradigma della realtà
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Siamo sull'orlo di una rivoluzione
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Come faccio a sapere se tutto questo è vero?
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Nuove opportunità per tutti noi

La scienza offre oggi  “un nuovo paradigma della realtà” che comporta una visione completamente diversa del mondo e degli stessi esseri umani.

Questo nuovo paradigma ha delle implicazioni sorprendenti e dispiega di fronte ai nostri occhi nuovi scenari che hanno a che fare con qualcosa di fondamentale: il nostro “posto” o il nostro ruolo nel mondo.

Abbiamo sempre creduto di vivere in un mondo che esiste nostro malgrado.

Ma, stando alle più recenti scoperte della scienza, e in modo più particolare, alle più recenti evoluzioni della fisica quantistica, tutti noi e ognuno di noi è molto di più di un semplice spettatore passivo che cammina in un mondo ostile nel quale deve sopravvivere.

Le scoperte della fisica quantistica sembrano cambiare, o meglio ancora, stravolgere, le regole del gioco; ci pongono infatti, rispetto al passato, in una posizione diversa nei confronti di noi stessi, del mondo che abitiamo e della vita che viviamo.

Come nelle fiabe di quando eravamo bambini… il brutto anatroccolo, a un certo punto della sua vita, “apre gli occhi” e si rende finalmente conto di essere un maestoso e bellissimo cigno.

Allo stesso modo, le neppur così nuove scoperte della fisica e le loro implicazioni e conseguenze, potrebbero offrire nuove e inaspettate possibilità, cambiando per sempre la visione che abbiamo di noi stessi e dell’intero creato.

Di questo nuovo paradigma della realtà ci parla Lynne McTaggart, giornalista scientifica di fama internazionale, nel suo bellissimo libro “Il Campo del Punto Zero – Alla scoperta della  forza segreta dell’universo”.

Ti parlerò di questa nuova visione della realtà anche e soprattutto attraverso le parole che la McTaggart scrive nel prologo del suddetto libro, perché sono certa che non potrei trovarne di migliori.

Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio della storia.

Il vecchio paradigma della realtà

Il vecchio paradigma della realtà

Un visione
“meccanicistica”
del mondo

La fisica classica e, conseguentemente, la nostra visione del mondo e di come funziona, è fondata sui principi formulati da Isaac Newton, vissuto tra il 1642 e il 1726.

Principi che, intendiamoci, funzionano perfettamente. Almeno per quanto riguarda la meccanica dei “corpi grandi” e di quanto possiamo osservare nella vita di tutti i giorni.

Ma nel frattempo la scienza è andata avanti e i fisici si sono resi conto che esistono dei fenomeni che non possono essere spiegati dalla fisica Newtoniana.

E allora si sono applicati nel cercare di capire come mai.

A tal proposito Lynne McTaggart, scrive:

Newton

Fino a oggi la biologia e la fisica sono state ancelle di prospettive adottate da Isaac Newton, il padre della fisica moderna. Tutto ciò in cui crediamo riguardo al nostro mondo e al nostro ruolo in esso, ha origine da idee che vennero sì formulate nel diciassettesimo secolo, ma che ancora costituiscono la spina dorsale della scienza moderna.

Queste sono teorie che rappresentano tutti gli elementi dell’universo come isolati l’uno dall’altro, divisibili e completamente autonomi. Queste teorie, allo loro essenza, hanno creato una visione mondiale di separazione.

Newton rappresentò un universo materiale  nel quale singole particelle di materia obbediscono a determinate leggi che descrivono il moto attraverso lo spazio e il tempo; l’universo come una macchina.

Cartesio

Prima che Newton formulasse le sue leggi del moto, il filosofo francese René Descartes ideò un concetto, alla sua epoca rivoluzionario, per il quale noi, rappresentati dalle nostre menti, siamo separati dai nostri corpi di materia inerte e senza vita, i quali sono soltanto un altro particolare tipo di veicolo ben rodato.

Secondo questa visione il mondo è composto da un mucchio di piccoli oggetti discreti che si comportano in maniera prevedibile.

Il più separato tra tutti questi oggetti è l’essere umano. Noi sediamo al di fuori di questo universo e guardiamo al suo interno.

Anche i nostri corpi in qualche modo sono separati e sono qualcosa di diverso dalla nostra vera essenza: le menti consapevoli che osservano.

 Darwin

La nostra immagine di noi stessi è diventata ancora più tetra con il lavoro di Charles Darwin.

La sua teoria dell’evoluzione, che ora è stata leggermente ritoccata dai neo-darwinisti, considera la vita come casuale, predatrice, senza scopo e solitaria: se non sei il migliore non sopravvivi. Non sei niente di più di un caso prodotto dall’evoluzione.

La vasta scacchiera dell’eredità biologica dei tuoi antenati si semplifica a un unico aspetto centrale: la sopravvivenza. Mangia o vieni mangiato. L’essenza della tua umanità è un terrorismo genetico, che si sbarazza in maniera efficiente di qualsiasi anello più debole.

La vita non riguarda la connessione e l’interdipendenza. La vita concerne il vincere, l’arrivare prima. E se ce la fai veramente a sopravvivere, allora sei da solo all’apice dell’albero evolutivo.

Le implicazioni del vecchio paradigma della realtà

Le implicazioni del vecchio paradigma

Impotenti e soli

in un mondo meccanico

Ma che cosa comporta questa visione “meccanica” o “meccanicistica” delle cose?

Le conseguenze, anche dal punto di vista psicologico, potrebbero essere più importanti di quanto non verrebbe da pensare.

Lynne McTaggart ce ne parla con le seguenti parole:

L’universo Newtoniano

L’universo Newtoniano può si rispettare delle leggi stabilite, ma è fondamentalmente un luogo solitario e desolato. L’universo continua, come un vasto meccanismo, a prescindere dalla nostra presenza.

Con poche e abili mosse Newton e Descartes hanno strappato Dio e la vita dal mondo della materia, e noi e la nostra consapevolezza dal centro del nostro mondo. Hanno tirato via il cuore e l’anima dall’universo, lasciando sulla sua scia solo una collezione di parti interagenti senza vita.

E la cosa più rilevante di tutte, come osserva Danah Zohar in “The quantum self” (Il sé quantistico), è che “la visione di Newton ci separa completamente dalla struttura dell’universo.

L’universo come una macchina

Questi paradigmi, l’universo come una macchina e l’uomo come una macchina da sopravvivenza, hanno portato a una padronanza tecnologica dell’universo, ma a poca reale conoscenza che abbia una qualsiasi importanza centrale per noi.

A livello spirituale e metafisico hanno portato al più brutale e disperato senso di isolamento.

Inoltre non ci hanno avvicinato per niente alla comprensione dei misteri più fondamentali della nostra stessa esistenza: come pensiamo, come inizia la vita, perché ci ammaliamo, come una singola cellula diventa una persona completamente formata, e anche cosa accade alla consapevolezza quando moriamo.

Verso un nuovo paradigma della realtà

Verso un nuovo paradigma della realtà

Una sfida alle leggi
basilari della biologia 
e della fisica

Tutto iniziò quando i fisici si resero conto che esistevano dei fenomeni che non era possibile spiegare attraverso le leggi conosciute della fisica:

  • la materia non è fatta precisamente di materia così come la conosciamo. Lynne McTaggart, nel suo libro “il legame quantico”, scrive: “Quando i fisici delle particelle arrivano allo strato di base della materia, in realtà non trovano niente. Le particelle subatomiche, che costituiscono tutta la materia, come gli elettroni, di per sé non sono una vera e propria “cosa”; esistono sia come particella (materia) che come energia, o meglio, funzione d’onda”;
  • queste particelle, inoltre, si comportano in modo strano; un elettrone si comporta come onda fintanto che non viene misurato, ma nel momento in cui viene osservato, si trasforma in particella. Questo significa che la consapevolezza dell’osservatore, la consapevolezza umana, interagisce con la struttura più profonda della materia e della “realtà”; 
  • i fisici sono da sempre a caccia della “cosa”; la particella più piccola che crea tutte le altre cose. Non riescono a trovarla! Ogni tanto pensano di averla trovata, per poi trovarne altre ancora più piccole. Nel 1969 scoprirono il quark, ma nei decenni successivi ne scoprirono altre ancora più piccole: muoni, tauoni, positroni, gravitoni…
  • perciò, sembra che nulla esista “indipendentemente”. È controintuitivo, ma sembra che, per quanto riguarda ogni cosa più piccola di un atomo, non si riesca a capire se esista di per sé o come un composto di elementi.

La naturale conseguenza di quest’ultima idea

L’idea che nulla esiste indipendentemente, è uno dei concetti fondamentali che ha portato molti scienziati alla conclusione che tutti noi siamo profondamente connessi e che l’inclinazione naturale come esseri umani sia quella della connessione e della reciproca collaborazione. Di queste idee abbiamo parlato in un articolo precedente che si chiama, appunto, “Siamo tutti connessi)“.

Le parole della McTaggart

La materia

Dalle nuove frontiere della scienza stanno emergendo nuove idee, che sfidano tutto ciò che crediamo a proposito di come funziona il nostro mondo, e di come definiamo noi stessi […]

Quando i pionieri della fisica quantistica hanno scrutato proprio nel nucleo della materia, sono rimasti sbalorditi da quello che hanno visto.

I più minuscoli pezzettini di materia non sono neanche materia, come noi la conosciamo, e neanche un insieme di qualcosa, ma a volte una cosa, altre volte qualcosa di molto diverso.

E cosa ancor più strana, sono spesso molte cose possibili tutte nello stesso istante […]

La materia e la consapevolezza

I pionieri quantistici avevano scoperto che il nostro coinvolgimento con la materia è cruciale.

Le particelle subatomiche esistono in tutti gli stati possibili finché non vengono disturbate da noi, con l’osservazione o la misurazione, e a quel punto finalmente si placano in qualcosa di concreto […]

Il “Campo del Punto Zero”

Alcuni (scienziati) hanno ripensato di nuovo alle poche equazioni che sono state sempre sottratte nelle fisica quantistica.

Queste equazioni rappresentano il “Campo del Punto Zero”, un oceano di vibrazioni microscopiche presenti nello spazio esistente tra le cose.

(Gli scienziati) hanno capito che se il Campo del Punto Zero viene incluso nella nostra concezione più fondamentale della materia, allora il vero sostegno del nostro universo è un mare di energia pulsante, un vasto campo quantistico.

Se ciò fosse vero, tutto sarebbe connesso a qualsiasi altra cosa attraverso una ragnatela invisibile […]

Siamo fatti tutti della stessa materia

Hanno anche scoperto che siamo tutti fatti della stessa sostanza essenziale.

Al livello più fondamentale, gli esseri viventi, inclusi gli esseri umani, sono pacchetti di energia quantistica che scambiano costantemente informazioni  con questo mare inesauribile di energia.

Le cose viventi emettono una debole radiazione, e questo è l’aspetto cruciale dei processi biologici.

L’informazione riguardante tutti gli aspetti della vita, dalla comunicazione cellulare alla vasta rete di controlli del DNA, viene comunicata attraverso uno scambio a livello quantistico.

Perfino le nostre menti, quelle altre cose apparentemente così al di fuori delle leggi della natura, operano in accordo a processi quantistici.

Pensare, sentire, ogni funzione cognitiva superiore, ha a che fare con l’informazione quantistica pulsante simultaneamente attraverso i nostri cervelli e i nostri corpi.

La percezione umana accade grazie all’interazione tra le particelle subatomiche dei nostri cervelli e del mare di energia quantistica. Risuoniamo, letteralmente, con il nostro mondo.

Siamo sull’orlo di una rivoluzione

Siamo sull'orlo di una rivoluzione

Il nostro

nuovo posto

nel mondo

 

Ma, per quanto ci riguarda, quali sono le implicazioni pratiche di questo nuovo paradigma della realtà?

Ti faccio solo un piccolo esempio, riportando un brano, che contiene delle domande interessanti, che l’ormai ben nota Lynne McTaggart pone in un altro bellissimo libro che, naturalmente, ti suggerisco di leggere e che si chiama: “La scienza dell’intenzione”.

Se la materia era mutevole, e la coscienza faceva della materia qualcosa di fisso, sembrava verosimile che la coscienza fosse anche in grado di sospingere le cose in una determinata direzione.

 

La loro indagine si riduceva a una semplice domanda: se l’atto dell’attenzione influenzava la materia fisica, qual era l’effetto dell’intenzione, ovvero del deliberato tentativo di produrre un cambiamento?

 

Nel nostro partecipare al mondo quantico in qualità di osservatori, potremmo essere non soltanto creatori, ma anche influenzatori?

Leggendo questo passaggio probabilmente ti è venuto in mente un qualcosa noto come “la legge dell’attrazione”. Dico questo solo per rendere ovvie quelle che potrebbero essere le implicazioni pratiche di quanto stiamo dicendo.

Per concludere, ti lascio per l’ennesima volta con le parole a Lynne McTaggart, tratte sempre dal prologo del libro “Il Campo del Punto Zero – Alla scoperta della forza segreta dell’universo”, sulle implicazioni generali del nostro nuovo paradigma della realtà.

Le implicazioni del nuovo paradigma

«Siamo sull’orlo di una rivoluzione. Una rivoluzione profonda e audace come la scoperta della relatività di Einstein […]

A differenza della visione del mondo di Newton o di Darwin, la loro è una visione che esalta la vita. Queste sono idee che possono conferirci potere, con le loro implicazioni di ordine e controllo.

Non siamo semplicemente un caso fortuito della natura; c’è uno scopo e un’unità nel nostro universo e nel nostro posto nel mondo, e abbiamo una voce importante in esso. Ciò che facciamo e pensiamo ha importanza e, in verità, è fondamentale nel creare il nostro mondo.

Gli esseri umani non sono più separati gli uni dagli altri. Non esiste più un “noi” e un “loro”. Non siamo più alla periferia del nostro universo, guardando dentro dal di fuori. Possiamo occupare il nostro posto di diritto, di nuovo al centro del nostro mondo.

Come faccio a sapere se tutto questo è vero?

Ma davvero?

Ma davvero?

Molti dei quesiti aperti dalle rivelazioni della fisica quantistica sono stati lasciati irrisolti dai fisici quantistici di prima generazione, ma con il progredire del tempo, altri scienziati e ricercatori si sono ostinati a voler trovare delle risposte, e gli argomenti di cui sopra sono parte delle conclusioni a cui sono arrivati.

Ormai mi stanco persino a scriverlo, ma a questo proposito riporto di nuovo alcuni brani tratti dal libro della McTaggart.

La “vecchia guardia”

I pionieri della fisica quantistica, Erwin Schrodinger, Werner Heisemberg, Niels Bohr e Wolfang Pauli, avevano una vaga idea del territorio metafisico nel quale erano sconfinati […]

Tutti gli elementi disgiunti della fisica quantistica non si sono mai fusi in una teoria coerente, e la fisica quantistica si è ridotta a uno strumento tecnologico, estremamente valido e vitale per costruire le bombe e gli apparecchi elettronici moderni.

La “nuova guardia”

Un piccolo gruppo di scienziati sparsi per il globo, non soddisfatto dell’utilizzo meccanico della fisica quantistica, ha richiesto una soluzione migliore a molte delle numerose domande che rimanevano senza risposta.

Queste idee sono state un vero e proprio alto tradimento. In molti casi questi scienziati hanno dovuto combattere con un’azione di retroguardia contro un sistema trincerato e ostile.

Gli scienziati, tutti provenienti da istituzioni credibili e di prima grandezza, l’Università di Princeton, l’Università di Stanford, e alcuni istituti di prim’ordine in Germania e in Francia, hanno prodotto una sperimentazione impeccabile […]

Queste nuove idee non si adattano alla vecchia visione del mondo, quindi devono, secondo la vecchia guardia, essere sbagliate.

Ma ormai è troppo tardi. La rivoluzione è inarrestabile. Gli scienziati che sono stati evidenziati in questo libro, sono semplicemente pochi dei pionieri, una piccola rappresentanza di un movimento più grande.

Molti altri sono immediatamente dietro di loro, e stanno sfidando, sperimentando, modificando le loro visioni, impegnati in un lavoro in cui tutti i veri esploratori s’impegnano.

La “scienza ortodossa”

Piuttosto che licenziare queste informazioni in quanto non si adattano alla visione scientifica dell’universo, la scienza ortodossa dovrà iniziare ad adattare la sua visione del mondo per aggiornarsi.

È arrivato il momento di rimettere Newton e Descartes al loro posto, come profeti di una visione storica che è ormai sorpassata.

Nuove opportunità per tutti noi

Una piccola goccia di divinità

Una piccola
goccia di divinità
in onguno di noi

A volte le cose semplici sono le più efficaci.

Quello che ti suggerisco di fare è di diventare tu stesso “lo scienziato” e di sperimentare direttamente nella pratica della tua vita e della tua quotidianità.

Come? Beh, se è vero che il pensiero è capace di creare la realtà, potremmo sperimentare coltivando pensieri e stati interni che ci dirigano verso dove vogliamo andare.

Perché ti parlo di pensieri e stati d’animo? Perché la cosiddetta “legge dell’attrazione” sembra funzionare quando il pensiero e lo stato d’animo o l’emozione sono allineati.

Quando invece penso una cosa razionalmente, con la mia mente conscia, ma poi mi sento in modo diverso o magari opposto, invio informazioni discordanti che non producono l’effetto desiderato.

Comunque sia, persone autorevoli spiegano esattamente come fare e in un  prossimo articolo riassumerò le loro idee e i loro suggerimenti, così che tu possa avere tutti gli strumenti per sperimentare.

A questo proposito ti suggerisco comunque di leggere “Cambia l’abitudine di essere te stesso” del Dr. Joe Dispenza.

Se quanto dicono è vero, e personalmente mi sembra sensato pensare che lo sia, allora si dispiegano davanti ai nostri occhi possibilità e opportunità una volta inimmaginabili.

L’impegno di mettersi in gico e di sperimentare potrebbe equivalere alla ricerca di quella piccola goccia di divinità che sembra essere in ognuno di noi.