Come pensiamo

Come pensiamo

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Indice

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I sensi come canali percettivi
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I sensi come filtri percettivi
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I sensi come canali rappresentazionali
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Esperienza primaria ed esperienza secondaria
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Dove dirigi la tua telecamera mentale?
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Rendi consci i tuoi pensieri inconsci

Capire come pensiamo, e cioè, quali specifiche attività svolgiamo all’interno della nostra mente mentre “pensiamo”, serve a gestire consapevolmente i pensieri, e di conseguenza, gli stati d’animo e i comportamenti.

In un articolo precedente abbiamo visto come creiamo la nostra “mappa del mondo”, e cioè la nostra visione delle cose, e come questa influenzi profondamente il nostro processo di pensiero.

Nello stesso articolo abbiamo anche accennato al fatto che quando pensiamo utilizziamo i nostri cinque sensi e che questi svolgono diverse funzioni, in quanto sono:

  • dei filtri che, appunto, filtrano la nostra percezione dell’esperienza;
  • i canali attraverso i quali percepiamo l’esperienza;
  • il mezzo attraverso il quale ci rappresentiamo l’esperienza.

Perciò, i nostri cinque sensi hanno molto a che fare con il nostro processo di pensiero.

Potremmo dire che i sensi sono gli elementi “fondanti”, gli elementi costitutivi, del nostro processo di pensiero e quindi della nostra esperienza soggettiva.

Canali percettivi

I sensi come

canali percettivi

I nostri cinque sensi sono la nostra finestra sul mondo.

Tutti noi utilizziamo li utilizziamo per ricevere le informazioni che provengono dal mondo esterno.

Conosciamo il mondo perché lo vediamo, lo ascoltiamo, lo percepiamo, lo odoriamo e qualche volta lo gustiamo.

Se non avessimo i cinque sensi a nostra disposizione, saremmo insensibili e impermeabili a tutto ciò che accade intorno a noi.

È importante o è urgente? Non urgente e importante

I sensi come

filtri percettivi

I sensi sono anche dei I filtri percettivi, o filtri neurologici, in quanto la capacità percettiva dei nostri sensi è limitata.

Per esempio, l’occhio umano percepisce le lunghezze d’onda comprese tra i 400 e i 700 nm.

Quelle di lunghezza inferiore o superiore esistono, ma noi non le possiamo vedere.

Quindi, i nostri sensi ci consentono di percepire alcune porzioni della realtà, ma ci impediscono di coglierne altre.

Sistemi rappresentazionali

I sensi come canali

rappresentazionali

I sensi sono anche i canali che utilizziamo per processare le informazioni all’interno della nostra mente quando pensiamo.

Soffermati per un istante a pensare ai tuoi pensieri; quando pensi, vedi delle immagini, odi dei suoni e poi commenti queste rappresentazioni attraverso il tuo dialogo interno. Di conseguenza, provi delle sensazioni, degli stati d’animo o delle emozioni.

Torna con la memoria a un qualsiasi evento della tua vita, e nota ciò che accade.

Per esempio, potresti ricordare un momento romantico davanti al fuoco acceso del caminetto. Potresti rivedere le immagini, riascoltare la voce del tuo partner e sentire il suo tocco leggero. Forse potresti anche percepire di nuovo il profumo della legna che brucia e il sapore del brandy che stavi bevendo allora. Osservando la scena potresti commentarla con la tua voce interiore e, come puoi ben immaginare, tutto questo “materiale” che occupa la tua mente, ha un impatto sul modo in cui ti senti.

Quando usiamo i sensi per rappresentarci in questo modo le informazioni all’interno della nostra mente, i canali più importanti sono:

  • la vista;
  • l’udito (compreso l’auditivo digitale, e cioè il dialogo interno);
  • le sensazioni.

Quando invece utilizziamo i sensi per ricevere le informazioni dal mondo esterno, tutti i sensi sono quasi ugualmente importanti.

Quasi ugualmente importanti per due motivi:

  • in linea generale, gli esseri umani sono creature prevalentemente visive;
  • tuttavia, ogni singola persona ha delle preferenze e tende a prediligere un canale rappresentazionale piuttosto che un altro.

P.S. Per maggiori informazioni sui sistemi rappresentazionali, iscriviti gratuitamente al Portale di Accademia Italiana di PNL e vai all’articolo “Sistemi Rappresentazionali”

Esperienza-primaria-e-secondaria copia

Esperienza

primaria e secondaria

Perciò, nella vita reale facciamo un’esperienza che chiamiamo “esperienza primaria”, mentre nella nostra mente facciamo o rifacciamo un’altra esperienza che chiamiamo “esperienza secondaria”.

Ora, come abbiamo già avuto modo di osservare parlando del processo di mappatura, e cioè del come facciamo a crearci la nostra personale visione del mondo e delle cose, tra l’esperienza primaria e quella secondaria di solito esistono grandi differenze.

Come abbiamo avuto modo di osservare in diversi articoli precedenti (La mappa non è il territorio, La nostra mappa genera il nostro comportamento, Come creiamo le nostre mappe), queste differenze dipendono in gran parte dal nostro processo di mappatura.

Tuttavia, la qualità della nostra esperienza secondaria dipende anche da dove dirigiamo la nostra attenzione.

Telecamera mentale

 

Dove dirigi la tua

telecamera mentale?

Dove dirigi la tua telecamera mentale? Che cosa inquadri? Che cosa ti rappresenti all’interno della tua mente? Cosa vedi? Cosa ascolti? Cosa ti dici? Cosa senti?

Per esempio, se tu pensassi sempre ai problemi, limitandoti a osservarli e a piangerti addosso, faresti fatica a trovare le soluzioni e probabilmente finiresti per non sentirti particolarmente bene.

Se tu guardassi costantemente al passato, dicendo a te stesso che i bei vecchi tempi non torneranno più, di nuovo finiresti per non sentirti particolarmente bene.

Il nostro sistema nervoso funziona un po’ come una valvola riducente. Se ti chiedessi quanti motivi hai per essere felice, nel rispondermi cancelleresti tutti i motivi che hai per essere triste, e viceversa.

So bene che tutto questo è ovvio, ma nonostante sia ovvio la maggior parte delle persone continua a pensare in modo inutilmente depotenziante, perché, come si dice, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il fare!

Da inconscio a conscio

Rendi consci

i tuoi pensieri inconsci

Perciò, la prima cosa da fare è notare dove dirigi la tua attenzione, prestare attenzione conscia ai tuoi pensieri.

Il motivo per il quale è importante prestare attenzione conscia ai propri pensieri, è che di solito li produciamo in maniera inconscia e, quindi, sfuggono al nostro controllo.

Non so se hai notato che tutti noi tendiamo a pensare gli stessi pensieri tutti i giorni.

Questo dipende dal fatto che anche i nostri pensieri diventano abitudini, cablate neurologicamente nel nostro cervello attraverso la ripetizione.

Gli schemi di pensiero vengono depositati nell’inconscio, che è molto potente, ma ha un piccolo difetto; impara tutto, anche tutto ciò che non è appropriato per noi.

Perciò, una volta depositato nell’inconscio uno schema di pensiero depotenziate, l’inconscio, indifferente al fatto che quel pensiero sia, appunto, depontenziate, te lo riproporrà comunque.

Ecco perché il conscio dovrebbe occuparsi di dare una direzione all’incoscio, selezionando con attenzione la qualità dei nostri pensieri.

Mappe ricche e mappe impoverite

Mappe ricche e mappe impoverite

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Indice

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Una storia
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La cancellazione dei dati
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La distorsione dei dati
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La generalizzazione dei dati
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L'impoverimento delle mappe

In un articolo precedente abbiamo avuto modo di vedere che ognuno di noi ha una propria personale visione, o mappa, della realtà, e che  esistono mappe ricche e mappe impoverite.

Se tu non lo avessi ancora fatto, ti suggerisco di leggere gli articoli precedenti sul processo di mappatura e cioè sul come ognuno di noi crea una propria personale visione delle cose.

Per tua comodità li riassumo qui di seguito:

Detto ciò, quello su cui voglio focalizzare la tua attenzione ora, è la distinzione tra mappe ricche e mappe impoverite.

Le mappe ricche ci sonsentono di notare informazioni e distinzioni. Informazioni e distinzioni che a loro volta ci permettono di vedere opzioni e possibilità e, di conseguenza, ci fanno sentire bene.

Le mappe, o visioni delle cose, impoverite, cancellano invece informazioni e distinzioni.

Ora vedremo come, in assenza d’informazioni e di distinzioni, finiamo per avere, o per pensare di avere, meno opzioni di scelta e possibilità, e come, di conseguenza, viviamo uno stato di malessere.

Sempre nell’articolo precedente, abbiamo anche visto come facciamo a creare le nostre mappe della realtà.

Lo facciamo fondamentalmente attraverso attraverso tre processi, processi che sono tutti utili, anzi indispensabili e inevitabili, e che sono:

  • Cancellazione
  • Distorsione
  • Generalizzazione

Tuttavia capita che si commettano degli “errori di mappatura” e cioè che questi tre processi vengano utilizzati male e ci si “ritorcano contro”, portandoci a creare delle mappe impoverite.

Ora andiamo a vedere, attraverso un esempio pratico, come ciò avvenga.

Una storia

Una storia

Per farti l’esempio pratico di quanto detto, ti racconto una storia.

Immagina una giovanissima coppia di “fidanzatini”, Elena e Giorgio; la prima scintilla di innamoramento tra due giovanissime creature, quasi dei bambini.

Sono molto amici, si vogliono bene e si sentono irresistibilmente attratti l’uno dall’altra. Come puoi immaginare sono scombussolati da questi sentimenti che neppure capiscono bene.

Comunque sia, tutto va per il meglio; Elena è felice, Giorgio la tratta come una piccola principessa anticipando ogni suo desiderio e colmandola di attenzioni.

Tuttavia, dopo un certo periodo di tempo, le cose cominciano a cambiare; Giorgio è sempre più distratto, le attenzioni si diradano ed Elena comincia a sentirsi a disagio e a soffrire.

Un brutto giorno, Giorgio dice a Elena di aver conosciuto un’altra “ragazza” e la lascia.

Elena è disperata, le è crollato il mondo addosso, il dolore è insopportabile e lei non sa come gestirlo.

Questo terribile dolore la porta a “commettere degli errori di mappatura”.

Vediamo come.

La cancellazione

La cancellazione

dei dati

Come dicevamo, Elena sta soffrendo terribilmente. Nel suo dolore, dimentica tutte le cose belle che Giorgio ha fatto per lei nel corso del tempo.

Tutto quello a cui Elena riesce a pensare, tutto ciò che riesce a ricordare, è il momento dell’abbandono e il dolore straziante che ne è conseguito.

Perciò, Elena, nel suo dolore cancella dei dati che le sarebbero stati utili per elaborare la propria esperienza e attribuire i corretti significati a quanto accaduto.

La distorsione

La distorsione

dei dati

Elena, avendo cancellato dei dati dal suo focus di attenzione, rimane con dei dati parziali; l’abbandono da parte di Giorgio e il conseguente dolore.

Questi dati parziali non sono più “bilanciati” dai dati cancellati:

  • Tutte le cose carine che nel tempo Giorgio a fatto per lei.
  • Il fatto che non l’abbia “tradita” con un’altra, ma le abbia solo correttamente comunicato i suoi sentimenti e la sua decisione.

Di conseguenza, Elena distorce il significato dei dati rimasti in suo possesso, arrivando così alla conclusione che “Giorgio è un figlio di… buona donna!”.

La generalizzazione

La generalizzazione

dei dati

Com’è nell’esperienza di tutti, il dolore a volte c’impedisce di pensare lucidamente.

Quindi la nostra Elena, mette in atto in modo automatico il terzo dei nostri processi di mappatura; generalizza.

Generalizza le conclusioni a cui è arrivata, passando così da: “Enrico è un figlio di buona donna” a: “Tutti gli uomini sono dei figli di buona donna”.

La suddetta generalizzazione si traduce quindi in una convinzione limitante che sicuramente non rappresenta un buon punto di partenza per la gestione dei suoi futuri rapporti sentimentali.

L’impoverimento delle mappe

L'impoverimento delle mappe

Come abbiamo appena visto, Elena, nel suo processo di mappatura e cioè di creazione della sua personale mappa della realtà, ha commesso degli errori:

  • Ha cancellato informazioni rilevanti.
  • Ha distorto il significato di quanto accaduto.
  • Ha sovra-generalizzato le conclusioni a cui è arrivata sulla base delle due operazioni precedenti.

Così Elena, nella sua mappa, ha perso di vista delle distinzioni. Quali? Beh, che Giorgio è diverso da Andrea, che a sua volta è diverso da Federico, e così via.

Ora, la domanda che ti faccio è “quando perdiamo di vista delle distinzioni, abbiamo più o meno opzioni di scelta?”.

E la risposta non può che essere “meno”. Se tutti gli uomini sono uguali e non mi piace il modo in cui sono, quante scelte ho? Nessuna!

E quando non abbiamo scelte o abbiamo poche opzioni di scelta, nessuna delle quali ci piace particolarmente, come possiamo stare?

Probabilmente male! Ecco come facciamo a procurarci inutili sofferenze. Facciamo tutto da soli! E, come dice Bandler, le persone che lo fanno non sono “rotte, pazze o malate”, ma semplicemente hanno un’immagine del mondo che non è messa a fuoco con chiarezza.

Tutto ciò ha delle conseguenze, non solo sul nostro benessere, ma anche sul nostro comportamento.

Perché, come abbiamo visto in un articolo precedente, tutti noi abbiamo la curiosa tendenza a comportarci in funzione della nostra mappa del mondo.

E cioè, ci comportiamo non sulla base di ciò che è accaduto, ma sulla base della nostra personale rappresentazione di ciò che è accaduto.

Perciò, se vuoi cambiare il tuo comportamento, o il comportamento di qualcun altro, dovrai cambiare la relativa mappa.

In un prossimo articolo andremo a vedere come farlo efficacemente attraverso le domande.

Come creiamo le nostre mappe

Come creiamo le nostre mappe

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Dal territorio alla mappa
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I Filtri
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I filtri neurologici: i nostri 5 sensi
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I filtri sociali: la cultura
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I filtri individuali: l'esperienza soggettiva
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I processi universali di modellamento
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La cancellazione
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La distorsione
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La generalizzazione
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Ci sono mappe e mappe!

Come creiamo le nostre mappe, la personale visione delle cose

In questo articolo ci occupiamo di comprendere come creiamo le nostre mappe, la nostra soggettiva visione della realtà.

In un’articolo precedente abbiamo avuto modo di vedere che la mappa non è il territorio, e cioè che ognuno di noi ha una personale visione della realtà, e che questa è inevitabilmente diversa:

  • Dalla realtà stessa.
  • Dalla visione che chiunque altro abbia della realtà.

Sempre nel suddetto articolo abbiamo anche esplorato le implicazioni e le conseguenze pratiche di tutto ciò.

In un altro artico abbiamo avuto modo di vedere che è la nostra mappa del mondo e non il territorio a generare il nostro comportamento.

Ora non rimane che comprendere in che modo creiamo le nostre mappe, perché questo ci sarà utile nel capire come poterle cambiare.

Ma perché vogliamo poter aggiornare le nostre mappe?

Perché non sempre queste sono funzionali al nostro benessere e alla realizzazione dei nostri valori e dei nostri obiettivi.

Dal territorio alla mappa

Come creiamo le nostre mappe: dal territorio alla mappa

Siamo tutti uguali

Noi esseri umani, da un certo punto di vista, siamo tutti uguali, nel senso che neurologicamente, biologicamente e chimicamente, funzioniamo tutti allo stesso modo.

Per dirlo in modo diverso, ogni comportamento umano è riconducibile ai programmi di funzionamento del nostro sistema nervoso. L’hardware è il medesimo per tutti noi.

Siamo tutti diversi

Visto che funzioniamo tutti allo stesso modo, come è possibile che le persone, poste di fronte alle medesime esperienze, o a esperienze analoghe, reagiscano in modi così di versi tra loro?

Come avviene che alcune persone riescano a superare anche momenti di grandissima difficoltà mentre altri soccombono al primo ostacolo?

Come mai alcuni di noi riescono a soffrire anche in situazioni di agio, mentre altri riescono a prosperare anche in situazioni di disagio?

Richard Bandler e John Grinder, nel libro “La struttura della magia”, scrivono:

Mentre giungevamo a capire come mai alcune persone si procurino pene e tormenti, è stato molto importante renderci conto che esse non sono né cattive, né pazze, né malate.

 

In effetti costoro operano le migliori scelte di cui possono disporre nel loro particolare modello. In altre parole, il comportamento degli esseri umani, per quanto bizzarro possa sembrare a prima vista, ha un senso se lo si vede nel contesto delle scelte generate dal loro modello.

 

La difficoltà non sta nel fatto che essi effettuano la scelta sbagliata, ma che non hanno abbastanza scelte: non hanno un’immagine del mondo messa a fuoco con chiarezza

Le nostre mappe ci distinguono

Tutto ciò significa che coloro che rispondono più efficacemente alle situazioni della vita hanno creato mappe del mondo ricche, mappe che presentano variegate possibilità di scelta e opportunità.

Coloro che invece non rispondono efficacemente alle situazioni della vita, hanno creato mappe impoverite, mappe che hanno perso di vista informazioni e distinzioni e che di conseguenza non presentano possibilità di scelta e opportunità.

D’altra parte, in un articolo precedente, abbiamo già avuto modo di vedere che il nostro comportamento dipende dalla nostra mappa e che, se vogliamo cambiarlo, dobbiamo cambiare la mappa.

Perciò, a questo punto la domanda è, come possiamo aggiornare le nostre mappe?

Per comprenderlo dobbiamo capire cosa succede tra l’esperienza che facciamo nel mondo e la rappresentazione che ci creiamo di quell’esperienza.

Dobbiamo capire come facciamo a creare le nostre mappe.

Cosa succede tra il territorio e la mappa

Quello che succede tra la realtà e la nostra personale rappresentazione della realtà è che esistono condizionamenti e dei processi che mettiamo in atto in modo inconscio per elaborare i dati.

In due parole, esistono dei:

  • Filtri.
  • Processi universali di modellamento.

Andiamo ora a vedere più specificatamente di cosa si tratta.

I Filtri

I filtri

In primo luogo, tra la mappa e il territorio, esistono dei filtri.

Per essere più precisi, esistono 3 tipi di filtri:

  • Filtri neurologici.
  • Filtri sociali.
  • Filtri individuali.
I filtri neurologici: i sensi

I filtri neurologici:

i nostri cinque sensi

I Filtri Neurologici non sono che i nostri 5 sensi: la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’olfatto.

I nostri sensi sono la nostra finestra sul mondo; i canali attraverso i quali percepiamo le informazioni che provengono dal mondo esterno.

Tuttavia, esistono informazioni che stanno al di fuori dalla capacità percettiva dei nostri sensi.

Per esempio, l’occhio umano percepisce le lunghezze d’onda comprese tra i 400 e i 700 nm.

Quelle di lunghezza inferiore o superiore non è che non esistano, è che semplicemente noi non le possiamo vedere.

Perciò, possiamo dire che il nostro sistema nervoso filtra la nostra percezione della realtà.

È il primo tra gli elementi che creano una differenza tra ciò che accade e la nostra percezione di ciò che accade, tra il mondo e la rappresentazione che ne abbiamo.

Questi filtri neurologici sono uguali per tutti noi esseri umani e ci distinguono come specie.

I filtri sociali- la cultura

I filtri sociali:

la cultura

I filtri sociali non sono altro che la cultura di provenienza delle persone.

Per essere più precisi, sono il contesto storico, culturale, economico, politico, di provenienza.

Per fare un esempio semplice: una persona che proviene da un contesto culturale nel quale la poligamia è normale, avrà una visione della famiglia e dei rapporti di coppia molo diversa rispetto a chi proviene da un ambiente nel quale la poligamia è un reato penalmente perseguibile.

La cultura di provenienza è quindi un filtro che ci porta a interpretare ciò che accade in un modo piuttosto che nell’altro.

Un importante filtro sociale è proprio il linguaggio.

A questo proposito riporto un passaggio del libro “La struttura della Magia” di Richard Bandler e John Grinder:

In maidu, una lingua amerinda della California settentrionale, vi sono solo tre parole per descrivere lo spettro dei colori.

 

Esso è suddiviso in: lak (rosso), tit (verde, blu) e tulak (giallo, arancio, marrone).

 

Gli esseri umani riescono a distinguere tra 7.500.000 colori diversi all’interno dello spettro visibile, ma gli individui che parlano il maidu raggruppano di solito le loro esperienze nelle tre categorie fornitegli dalla loro lingua.

Perciò, anche i filtri sociali creano una differenza tra la realtà e la nostra visione della realtà.

Questa seconda serie di filtri comincia a distinguerci in funzione del gruppo sociale di provenienza.

I filtri individuali - L'esperienza soggettiva

I filtri individuali:

l’esperienza soggettiva

Ognuno di noi ha una propria storia personale, inevitabilmente diversa da quella di tutti gli altri.

Tutti noi facciamo esperienze diverse e, sulla base di quelle esperienze, nel tempo maturiamo interessi, valori, convinzioni e strategie diverse da quelle di chiunque altro.

È intuitivo comprendere che, anche due gemelli che crescendo condividono le medesime esperienze, non potranno mai:

  • Condividere tutte le medesime esperienze.
  • Percepire e interpretare le personali esperienze nel medesimo modo, neppure quelle condivise.

Di conseguenza, le personali esperienze e la personale percezione e interpretazione di dette esperienze, saranno a loro volta un filtro che ci porta a creare mappa diverse e ci distingue come singoli individui.

Potremmo dire che la mappa diviene il filtro di sé stessa.

I processi universali di modellamento

I processi universali di modellamento

I processi universali di modellamento, o processi universali di modellamento umano, si chiamano così perché:

  • Sono veri e propri processi di modellamento o di mappatura, che di si voglia, e cioè sono processi di creazione di una mappa o modello.
  • “Universali” perché tutti noi li utilizziamo, naturalmente in modo del tutto inconscio, per costruire la nostra mappa del mondo.
  • “Umano” per l’ovvio motivo che li utilizziamo noi esseri umani.

I processi universali di modellamento sono:

  1. Cancellazione
  2. Distorsione
  3. Generalizzazione

Questi tre processi di mappatura sono utili, anzi indispensabili alla nostra sopravvivenza e alla nostra evoluzione come individui e come specie.

Tuttavia, ogni tanto commettiamo degli errori di mappatura, nel senso che utilizziamo i processi di cancellazione, distorsione e generalizzazione nel modo sbagliato.

Questi errori di mappatura ci portano così a costruire una mappa del mondo non adeguata a generare comportamenti efficaci.

La cancellazione

La cancellazione

In ogni istante della nostra vita siamo costantemente esposti a un’infinità di stimoli sensoriali; le immagini, i suoni e le sensazioni.

È evidente che non possiamo processare tutte queste informazioni in modo conscio, perché andremmo in overload come un computer troppo carico di dati.

Perciò, per poter sopravvivere nel mondo delle informazioni, per poter prestare attenzione in modo selettivo, devi cancellare alcuni dati dalla tua consapevolezza conscia.

La cancellazione è quindi il procedimento con cui, selettivamente, prestiamo attenzione a certe dimensioni della nostra esperienza e ne escludiamo altre.

Per esempio, immagina di essere in una stanza piena di rumore mentre stai conversando con qualcuno. Senza neppure rendertene conto, riusciresti a escludere i rumori presenti nella stanza così da poterti concentrare sulla voce del tuo interlocutore.

Errori di mappatura

Quindi, la cancellazione, come tutti gli altri processi di modellamento, è un processo utile, anzi, indispensabile!

Tuttavia, ogni tanto commettiamo degli errori di mappatura, e questo processo “ci si rivolta contro” e ci crea un problema.

Come può accadere questo?

Normalmente, quando “mappiamo” nel modo giusto, i dati che cancelliamo sono dati irrilevanti in quella situazione e in quel contesto.

Per esempio, in questo momento potresti non prestare attenzione conscia, e quindi potresti non notare, il contatto del tuo corpo con la superficie sulla quale sei seduto o magari il contatto dei tuoi piedi con il pavimento (finché non lo nomino!).

Questo dipende dal fatto che stai leggendo queste righe e, di conseguenza, le suddette informazioni, per te in questo contesto, sono irrilevanti.

Ma se tu stessi scendendo lungo una ripida pietraia di montagna, il contatto dei piedi con il pavimento sarebbe un’informazione rilevante, e tu vi presteresti attenzione in modo spontaneo e naturale.

Potremmo dire che le cancellazioni sopra descritte sono “ben formate”.

Ma, vediamo ora un esempio di cancellazione “mal formata”.

Una persona con una bassa autostima potrebbe letteralmente cancellare, non udire le manifestazioni di stima che provengono dall’esterno.

In questo caso, abbiamo la cancellazione di dati rilevanti e significativi.

Questa persona finirebbe così per creare una mappa impoverita d’informazioni e non coerente con la realtà. Una mappa che la farebbe soffrire.

La distorsione

La distorsione

Quindi, come abbiamo appena visto, mentre facciamo esperienza della realtà, cancelliamo inevitabilmente dei dati, e ci ritroviamo quindi con delle informazioni parziali.

Ma queste informazioni ci servono comunque per capire che cosa è giusto o sbagliato, bene o male, utile o superfluo, vero o falso, e così via.

Di conseguenza dobbiamo fare operazioni quali:

  • Attribuire significati; per esempio, «Mio figlio va male a scuola, significa che ha problemi di apprendimento/è un menefreghista… » etc
  • Rapporti causa-effetto; per esempio, «Il successo è frutto del duro lavoro/della fortuna/del pelo sullo stomaco…»
  • Fare paragoni; per esempio, «Tu sei più buono/intelligente/sensibile/cattivo… di…».

Se non fosse per questo processo, non sapremmo come muoverci nel mondo, non saremmo in grado di progettare il futuro e non potremmo godere delle creazioni artistiche.

Tuttavia, queste operazioni comportano inevitabilmente una distorsione. Per definizione, una mappa o modello, è una rappresentazione distorta della realtà.

Anche la mappa più fedele, per esempio una fotografia, comporta una distorsione dei dati sensoriali.

Per fare un esempio pratico, che è nell’esperienza di noi tutti: in un determinato contesto, una persona è scortese con te e gentile con tutti gli altri.

Trai la conclusione che quella persona sia arrabbiata con te, e magari intuisci anche il motivo.

Potresti avere ragione, ma sarà per te impossibile comprendere fino in fondo tutte le sfumature del suo stato d’animo e tutti i suoi pensieri in proposito.

Nel migliore dei casi la tua comprensione sarà comunque approssimativa.

Errori di mappatura

Come puoi facilmente intuire, nel fare queste operazioni a volte abbiamo ragione, mentre altre volte abbiamo torto.

A volte “ci becchiamo”, nel senso che ci avviciniamo al reale significato di quanto accaduto, mentre altre volte distorciamo completamente il significato di quanto accaduto.

Queste distorsioni mal formate a volte provocano sofferenza. Pensa per esempio a operazioni come: “Tu non mi vuoi e questo significa che io non valgo nulla”.

Quello che poi accade è che ci sentiamo e ci comportiamo sulla base dei significati, dei rapporti causa-effetto e dei paragoni, che abbiamo effettuato.

La generalizzazione

La generalizzazione

Secondo il vocabolario Treccani, generalizzare significa:

Rendere generale; estendere, applicare a un intero gruppo di persone o di cose ciò che ha valore particolare o si riferisce al singolo.

Richard Bandler e John Grinder, nel libro “La struttura della magia”, definiscono la generalizzazione come:

il procedimento attraverso il quale alcuni elementi del modello di una persona vengono staccati dalla loro esperienza originaria e giungono a rappresentare l’intera categoria di cui l’esperienza è un esempio.

Anche la generalizzazione è un processo non solo utile, ma anche indispensabile.

Se non fossimo in grado di generalizzare non saremmo capaci di pensare in modo astratto e non saremmo capaci di pensare per categorie.

Il che significa che di fronte a qualsiasi esperienza dovremmo capire ogni singola volta di cosa si tratta e come comportarci.

Per esempio, ti bruci a causa del contatto con una stufa rovente e generalizzi l’esperienza dicendo a te stesso che le stufe roventi non vanno toccate.

Se tu non fossi in grado di generalizzare, finiresti per bruciarti ogni volta che ti trovi a contatto con una diversa stufa rovente. Per dirlo in altro modo, non impareresti molto dall’esperienza!

Errori di mappatura

Proprio a proposito del suddetto esempio, Bandler e Grinder, sempre nel loro libro “La struttura della magia” osservano:

Ma se generalizziamo quest’esperienza sino alla percezione che le stufe sono pericolose, e ci rifiutiamo quindi di stare in una stanza con la stufa, limitiamo senza alcuna necessità il nostro movimento nel mondo […]

 

Lo stesso processo di generalizzazione potrebbe portare un essere umano a stabilire una regola come: “Non esprimere i sentimenti”.

 

Nel contesto di un campo di prigionieri di guerra, questa regola può avere un grande valore per la sopravvivenza […]

 

Ma se costui si attenesse alla stessa regola nel matrimonio, limiterebbe il proprio potenziale d’intimità […]

 

Ecco il punto: la stessa regola sarà utile o no a seconda del contesto.

Ci sono mappe e mappe!

Ci sono mappe e mappe

Concludendo, ci sono mappe e mappe!

Ci sono mappe ricche, che ci consentono di notare tutte le informazioni e tutte le distinzioni presenti nella realtà e nell’esperienza.

Ma ci sono anche mappe che perdono di vista informazioni e distinzioni cruciali, e quando perdiamo di vista le distinzioni, abbiamo meno opzioni di scelta.

Ma questo è un argomento che andremo ad approfondire in un prossimo articolo.

La nostra mappa genera il nostro comportamento

La nostra mappa genera il nostro comportamento

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La storia di tre coppie
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Anna e Alberto
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Beatrice e Brando
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Carla e Cosimo
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Stessa storia, reazioni differenti

Partiamo proprio dal titolo di questo articolo: “La nostra mappa genera il nostro comportamento”. Ma cosa significa?

In un’articolo precedente abbiamo visto che ognuno di noi crea una propria personale mappa del mondo e che questa è inevitabilmente diversa:

  • Dal mondo stesso, o se preferisci, dalla realtà.
  • Dalla mappa del mondo di chiunque altro.

Sempre nel suddetto articolo abbiamo anche esplorato le implicazioni e le conseguenze pratiche di tutto ciò.

Ora la domanda è; visto che la mappa è diversa dal territorio, il nostro comportamento da cosa dipende, dipende da ciò che accade o da ciò che noi pensiamo sia accaduto?

Come mai persone diverse rispondono diversamente alle medesime situazioni o a situazioni analoghe?

Il solo fatto che ciò accada, ci lascia intuire che il nostro comportamento dipenda più dalla mappa che non dal territorio.

La storia di tre coppie

La storia di tre coppie

Per spiegare come sia la nostra mappa a generare il nostro comportamento, ti porto un esempio tratto dal mio libro “Il potere del linguaggio”.

Ecco la storia.

Anna e Alberto, Beatrice e Brando, Carla e Cosimo sono tre coppie sposate.

In ciascun caso, marito e moglie sono molto legati e abituati a fare tutto insieme.

C’è da dire che le tre signore hanno approcci molto diversi verso la vita.

Anna, per esempio, è estremamente gelosa del marito.

Beatrice, invece, non è gelosa, ma ha un carattere molto apprensivo: è una di quelle persone per le quali cambiare panettiere è un’avventura.

Carla, a differenza delle altre due, non è né gelosa né apprensiva: è serena e contenta della propria vita.

Anna e Alberto

Anna e Alberto

Una sera, Alberto comunica ad Anna che uscirà da solo per andare a vedere la partita a casa di amici e che rientrerà verso mezzanotte.

Anna vorrebbe chiedere al marito di non andare: e se ci fosse un’amante ad attenderlo da qualche parte?

Tuttavia, il buon senso le suggerisce di non menzionare l’argomento, e dunque lui esce, mentre la moglie rimane a casa ad attenderlo.

Arriva la mezzanotte, ma Alberto ancora non si vede. Anna comincia a sentirsi nervosa e lo chiama sul cellulare. Telefono spento!

E mentre il tempo passa, inizia a immaginare il marito in posizione orizzontale dove e con chi… non dovrebbe essere.

Le prime immagini nella sua mente si trasformano velocemente in un film che lei continua a vedere e rivedere.

Verso l’una meno un quarto, Alberto, consapevole dello stato in cui troverà la moglie, infila piano piano la chiave nella serratura.

Riesci a immaginare come proseguirà la serata?

Beatrice e Brando

Beatrice e Brando

Brando comunica a Beatrice lo stesso programma; andrà con Alberto dal comune amico a vedere la partita.

Anche Beatrice preferirebbe che Brando rimanesse a casa: è sabato sera, qualcuno potrebbe bere un bicchiere di troppo e mettersi alla guida! Le strade sono più pericolose del solito.

Ma anche lei decide di lasciare che il marito si rechi al suo appuntamento.

Anche Beatrice, già prima dello scadere della mezzanotte, comincia a guardare nervosamente l’orologio.

A mezzanotte e un quarto, Brando non è ancora rientrato. La moglie, preoccupata, lo chiama. Anche in questo caso, telefono spento!

Allo stesso modo di Anna, anche la signora Beatrice comincia a immaginare scenari possibili, e così come Anna, anche Beatrice vede il marito in posizione orizzontale, ma in una situazione del tutto diversa.

Beatrice vede Brando giacere incosciente sul manto stradale. Intorno a lui, i rottami della macchina distrutta, il cellulare schiacciato sotto le ruote dell’auto.

Anche in questo caso. le prime immagini confuse si trasformano velocemente in un film che lei continua a girare e rigirare nella propria mente, notando continuamente, con preoccupazione e orrore, particolari nuovi.

Verso mezzanotte e trenta minuti, Beatrice inizia a chiamare gli ospedali di zona, ma del marito nessuna traccia. Telefona alla polizia stradale, ma non risultano esserci stati incidenti gravi.

Tremante, dice a se stessa: “Non l’avranno ancora trovato….”

Quando Brando, all’una meno un quarto, rientra a casa… è come se Gesù in persona fosse comparso sulla porta.

Anche in questo caso, puoi immaginare la scena che seguirà tra i due coniugi?

Carla e Cosimo

Carla e Cosimo

Cosimo, come Alberto e Brando, comunica alla moglie il medesimo programma.

Carla, diversamente da Anna e da Beatrice, pensa: «Molto bene. La serata ideale per concedermi un bagno caldo e riposante». E saluta suo marito con un abbraccio.

Come gli altri due mariti, anche Cosimo a mezzanotte non si vede ancora.

Carla, completamente rilassata, sta guardando un film in televisione e non si rende conto dello scorrere del tempo.

A mezzanotte e un quarto il suo sguardo cade sull’orologio, legge l’ora e dice a sé stessa, distrattamente: «Sarà un po’ in ritardo», mentre continua a vedere il film… ma quello in televisione!

Quando Cosimo, all’una meno un quarto, rientra a casa, lei lo accoglie con un bel sorriso e un bacio; «L’ultimo bicchiere di vino insieme? E poi… a letto…?».

Stessa storia, reazioni differenti

Stessa storia, reazioni differenti

Le storie di queste tre signore dimostrano con chiarezza che la situazione è assolutamente identica in tutti e tre i casi, ma lo stato d’animo e il comportamento di ciascuna, al momento del rientro del marito, è assolutamente diverso.

Da cosa dipende questa differenza nel comportamento delle tre signore? Dipende dal modo in cui ciascuna di loro si è rappresentata la situazione e dal significato che ciascuna di loro ha attribuito al ritardo del marito.

Non è stata dunque l’esperienza, bensì la soggettiva rappresentazione dell’esperienza a generare il comportamento.

Il nostro comportamento è quindi frutto della nostra mappa, e se vogliamo cambiarlo, dobbiamo cambiare la mappa.

In un prossimo articolo andremo a vedere come poterlo fare.

La Mappa non è il Territorio

La Mappa non è il Territorio

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Indice

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Le mappe servono
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Ma la mia mappa è il territorio!
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Il complesso di Dio
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Per le nostre mappe facciamo la guerra
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Malintesi

Potresti aver già sentito dire: «La Mappa non è il Territorio», dove “Territorio” sta per “realtà” e “Mappa” sta per la rappresentazione soggettiva della realtà.

Perciò, “La Mappa non è il Territorio” significa che ognuno di noi ha una propria visione della realtà, e che questa è inevitabilmente diversa sia dalla realtà stessa, che dalla mappa delle altre persone.

Ed è un fatto noto; ognuno di noi ha una personale percezione e interpretazione della vita, del mondo, di ciò che accade, degli altri e di sé stesso.

Ogni singolo individuo ha le proprie convinzioni, i propri valori, le proprie strategie.

Ognuno di noi attribuisce specifici significati a ciò che accade, e i significati che una persona “A” attribuisce a un fatto sono diversi da quelli che un’altra persona “B” attribuirebbe al medesimo fatto.

Allo stesso modo “A” potrebbe decidere che un fatto “X” causi la conseguenza “Y”, mentre “B” potrebbe decidere che “X” causi “Z”.

Insomma, potremmo dire che non esistono due singoli individui che se ne vanno in giro per il mondo portandosi appresso esattamente la stessa mappa. Da questo punto di vista siamo tutti inevitabilmente diversi.

Le mappe servono

Le mappe servono

Intendiamoci, il fatto che ognuno di noi abbia una propria mappa è tanto inevitabile quanto indispensabile.

Le mappe servono perché sono, appunto, delle mappe, e come tali ci indicano come “navigare” il territorio.

Senza di esse non sapremmo come muoverci nel mondo e come relazionarci uno con l’altro. Per poterlo fare, dobbiamo farci delle idee su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia vero e cosa sia falso, cosa sia possibile e cosa non lo sia, e così via.

Inoltre, il fatto che persone diverse abbiano visioni diverse è cosa buona e giusta, oltre che inevitabile. La diversità e le differenze infatti, lo sappiamo, sono alla fonte dell’evoluzione.

Tuttavia, il fatto che ognuno di noi abbia una propria visione delle cose comporta delle implicazioni sulle quali vale la pena di fare qualche riflessione.

Infatti, si tratta di implicazioni che producono delle conseguenze pratiche sulla nostra vita quotidiana e sul nostro benessere.

Andiamo ora a vedere quali sono alcune tra queste implicazioni, e quali sono gli effetti che producono nella nostra esperienza soggettiva..

Ma la mia mappa è il territorio!

Ma la mia mappa è il territorio

La prima osservazione è che spesso, se non quasi sempre, commettiamo un errore grave e pericoloso: scambiamo la mappa con il territorio.

Ci dimentichiamo che la nostra visione delle cose è solamente la nostra opinione e finiamo per credere che sia invece la realtà.

Questo “piccolo” errore di valutazione, oltre a produrre conseguenze a volte disastrose nella comunicazione tra le persone, influenza anche profondamente il nostro equilibrio e benessere personale.

Ti faccio un esempio un pò “scolastico”, ma mi auguro sufficientemente chiaro.

Una mappa ricca

Immagina che Alberto abbia una mappa di questo tipo: «La vita è un’avventura meravigliosa, il mondo un luogo altrettanto meraviglioso e sorprendente da esplorare, le persone sono fondamentalmente buone e io sono un persona di valore e con grandi risorse».

Una persona con una mappa come questa, tendenzialmente, di che umore si sveglierà al mattino? Ovvio, probabilmente buono.

Una mappa impoverita

Ora immagina invece una persona, che chiameremo Marco, con una mappa opposta: «La vita è una battaglia continua, il mondo un luogo triste e pericoloso, le persone sono fondamentalmente cattive e io valgo poco o nulla».

Nel momento in cui quest’ultima persona dimenticasse che la sua visione delle cose è solo, appunto, la sua personale visione delle cose, nel momento in cui dimenticasse che non è la realtà, come potrebbe stare? Di che umore si sveglierebbe al mattino? Che significati tenderebbe ad attribuire a tutto ciò che accade?

La mappa di Marco è quella che in PNL si chiama una “mappa impoverita; una mappa che perde di vista le distinzioni, le risorse e le possibilità di un mondo variegato e ricco.

Di conseguenza, quando perdi di vista delle distinzioni e pensi di non avere alcuna opzione disponibile, come ti senti? Oppure quando vedi poche possibilità, nessuna delle quali ti piace particolarmente, come puoi stare? Probabilmente male!

Del concetto di “mappa impoverita”, di cosa significhi esattamente, di come finiamo per crearla, di cosa comporti e di come poterla aggiornare, parleremo più approfonditamente in un prossimo articolo.

 

Il Complesso di Dio

Il Complesso di Dio

Come conseguenza del fatto che confondiamo la nostra mappa con il territorio e a causa del nostro bisogno di “certezza”, potremmo dire che tutti noi soffriamo un po’ di quello che il mio amico Brian Colbert chiama “Il complesso di Dio”: «Ho ragione, perché ho ragione, quindi ho ragione!».

E, a proposito del “complesso di Dio”, riporto qui sotto alcuni passaggi del bellissimo libro di Brian.Le abitudini della Felicità“.

Il complesso di Dio

Gli esseri umani amano credere di avere ragione. Questo è ciò che io chiamo “complesso di Dio”. Gli psicologi lo chiamano “pregiudizio di auto-protezione”. Non soltanto crediamo di avere ragione, ma anche di non poter sbagliare.

Amiamo questo senso di certezza. Ci dà una sensazione di controllo sulle cose che ci riguardano. Tuttavia, non sempre il complesso di Dio gioca a nostro favore.

Per esempio, immagina di avere una discussione con qualcuno: il tuo partner, un fratello, una sorella, un amico o un collega di lavoro.

Quale che sia l’esito della discussione, che tu abbia fatto la cosa giusta e ti sia riappacificato oppure no, la domanda è la seguente: «Hai mai creduto, anche soltanto per un momento, che la controparte avesse torto anche solo in parte?».

Naturalmente non avrai pensato di essere completamente nel giusto, ma in fondo in fondo, se ci rifletti, per lo più avrai pensato di avere ragione. È così che funziona. Il pregiudizio di auto-protezione entra in gioco prima, durante e perfino dopo una discussione […]

Il complesso di Dio si può spiegare così: «In realtà non sono il tipo di persona che prende a pugni qualcuno, ma se l’è meritato, mi ha fatto innervosire e arrabbiare così tanto, non smetteva mai… mi ha indotto a farlo. Normalmente non lo farei, ma se l’è andata a cercare».

Detto ciò, è ovvio che quando non prendiamo in considerazione l’idea di poter avere torto, quando non riusciamo a vedere le ragioni dell’altro, finiamo per:

  • parlarci addosso invece di comunicare;
  • creare conflitto invece di creare confronto, e magari litigare;
  • non riuscire a vedere la realtà dei fatti;
  • e, di conseguenza, creare dei limiti per noi stessi e per gli altri.

Per le nostre mappe facciamo la guerra

Per le nostre mappe facciamo la guerra

Riassumo brevemente quello che abbiamo visto finora:

  • Il concetto che la mappa non è il territorio;
  • il fatto che tutti noi troppo spesso tendiamo a dimenticare che la nostra visione delle cose non è sempre precisamente aderente alla realtà;
  • il conseguente “complesso di Dio”, dovuto anche al nostro innato bisogno di certezza.

Tutto ciò genera delle conseguenze anche a livello collettivo; pur di difendere le nostre mappe, finiamo per fare la guerra e ucciderci l’uno con l’altro! Esiste forse qualcosa di peggio? Magari anche no!

A questo proposito riporto qui sotto un altro breve passaggio sempre tratto dal libro “Le abitudini della Felicità” di Brian Colbert.

Il complesso e l’appoggio di Dio

Se riferito a una collettività, un’intera nazione può fare la stessa cosa e credere non soltanto che il proprio punto di vista sia quello giusto, ma anche di avere talmente ragione da meritarsi l’appoggio di Dio.

Per me resta un mistero come sia possibile che gli esseri umani pensino (1) di avere l’esclusiva di Dio e (2) che il loro Dio incoraggi e, addirittura, approvi la distruzione di parte di ciò che ha creato, quando vengono compiuti atti di guerra.

Malintesi

Malintesi

Come se tutto questo non bastasse, c’è un ultimo aspetto da prendere in considerazione; il malinteso.

Dato che abbiamo la bizzarra tendenza a dimenticare il fatto che la nostra opinione personale sia, appunto, solo la nostra opinione e non la realtà, e che il nostro personale punto di vista potrebbe essere sbagliato, finiamo per dare per scontato che gli altri condividano la medesima realtà, abbiano la stessa mappa.

Come puoi facilmente immaginare, questo può dar luogo a una serie infinita non solo, come abbiamo già visto, di conflitti, ma anche di fraintendimenti.

Quando do per scontato che il mio interlocutore condivida la mia stessa mappa, non mi occupo di indagare la sua.

Quando penso di avere assolutamente ragione, non mi occupo di esplorare e di prendere in considerazione le ragioni dell’altra persona.

Tieni anche presente che la probabilità di fraintendimenti è insita nel linguaggio stesso. Di questo parleremo più approfonditamente in uno o più prossimi articoli.

Per il momento mi limito a qualche semplice esempio: le parole astratte, o meglio le parole che descrivono concetti astratti, come “libertà, amore, collaborazione”. Queste parole hanno una caratteristica; possono avere numerosi significati diversi.

Immagina che tu debba collaborare con Anna e che Anna ti dica: «Sono contenta di collaborare con te. Credo molto nella collaborazione», e che tu le risponda: «Mi fa piacere, anch’io credo molto nella collaborazione».

Nel momento in cui tu ed Anna date per scontato che la vostra personale idea di collaborazione sia condivisa, rischiate di andare incontro alla delusione delle reciproche aspettative.

Per Anna “collaborazione” potrebbe significare che tu debba essere sempre immediatamente disponibile. Per te “collaborazione” potrebbe significare invece la condivisione di tutte le informazioni in tempo reale.

Le aspettative di Anna verranno disattese e lo stesso accadrà alle tue aspettative.

È un esempio un po’ “scolastico” e tuttavia dovrebbe rendere l’idea di quando sia facile scivolare sul pregiudizio che la nostra mappa sia un fatto inevitabilmente condiviso dal nostro interlocutore.

In uno o più prossimi articoli andremo a vedere come creiamo le nostre mappe della realtà e come siano le mappe a generare il nostro comportamento.

Perciò, ti anticipo che se vogliamo cambiare il nostro comportamento o il comportamento di qualcun altro, dobbiamo cambiare la mappa e scopriremo i modi più efficaci per poterlo fare.

La fisica quantistica

La fisica quantistica

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Indice

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La fisica quantistica
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La tana del Bianconiglio
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La storia della fisica quantistica
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Comincia l'avventura della fisica quantistica
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Il corpo nero
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La soluzione di Max Planck

Questo è un’articolo sulla fisica quantistica, o meglio ancora, sui principi fondanti della fisica quantistica, ed è la naturale prosecuzione di un articolo precedente: “Un nuovo paradigma della realtà“.

Sono consapevole che viene da chiedersi: «Ma cosa diavolo c’entra la fisica quantistica con il benessere? Perché parlare di fisica quantistica?»

Beh, secondo molti studiosi, le implicazioni della fisica quantistica hanno, o potrebbero avere, un’influenza determinante sulla nostra vita, sul nostro benessere e sui nostri risultati. Un’influenza con dei risvolti pratici una volta inimmaginabili.

Come anticipato nell’articolo precedente, secondo molti scienziati, le implicazioni filosofiche della fisica quantistica conducono a un nuovo paradigma della realtà.

Pensa solo che questo nuovo paradigma della realtà, fondato sulle scoperte delle fisica quantistica, è alla base di quella che, a livello popolare, è conosciuta come la legge dell’attrazione“.

La fisica quantistica - La voce di persone qualificate

La voce di persone
qualificate

Sono anche consapevole del fatto che potresti dire: «Ma che competenze hai tu per poter parlare di fisica quantistica?»

E la risposta è: «In effetti, nessuna specifica competenza».

Non sono certo un fisico teorico, e so anche che parlarne potrebbe apparire, da parte mia, arrogante, supponente o comunque troppo ambizioso.

Ecco perché te ne parlerò nel modo più corretto possibile, e cioè, utilizzando “la voce” di altre persone, persone assolutamente qualificate a parlare tanto di fisica classica, quanto di fisica quantistica.

Attraverso le loro stesse parole, riporterò i “fatti”, per come oggi la scienza li conosce, ed eventualmente la loro interpretazione.

La fisica quantistica

La fisica quantistica - La fisica quantistica

Facciamo un po’
di chiarezza

Prima di entrare, come si dice, “nel vivo dell’argomento”, vorrei fare un po’ di chiarezza, perché di fisica o meccanica quantistica si parla tanto, e a volte si crea un po’ di confusione.

Quello che spesso succede è che si “salti” alle implicazioni filosofiche prima ancora di aver chiarito le fondamenta scientifiche su cui queste implicazioni si basano.

Quante volte hai sentito parlare, per esempio, di “mente quantica”? Probabilmente molte; a volte a proposito e altre a sproposito.

Da tutto questo potrebbe derivare l’impressione che la fisica quantistica sia qualcosa di strano, magari addirittura un po’ esoterico, che forse esiste e forse anche no.

Così non è! La fisica, o meccanica, quantistica è quella parte della fisica che studia il comportamento dei corpi piccoli, delle particelle subatomiche, che sembrano non essere regolate dalle stesse leggi fisiche che governano i “corpi grandi”.

La meccanica quantistica spiega la struttura degli atomi, la struttura delle molecole, i legami chimici, il comportamento degli elettroni e dei metalli, e tante altre cose.

Ma anche gran parte della stessa tecnologia con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, è basata sulle leggi della meccanica quantistica.

Per esempio i semiconduttori, su cui si basa il funzionamento di uno smartphone, o anche il funzionamento del laser.

Quindi, la meccanica quantistica è una disciplina scientifica rigorosamente verificata; un insieme di strumenti matematici e fisici che servono per interpretare moltissimi fenomeni.

La tana del Bianconiglio

La fisica quantistica - La tana del Bianconiglio

Un mondo sotteraneo
ma ricco
di fantastiche promesse

Stiamo per addentrarci in un territorio “strano”, in un terreno in parte arato e in parte ancora inesplorato, un terreno che sembra davvero contenere il seme di un’interpretazione della realtà del tutto nuova.

Un seme dal quale potrebbero nascere piante e fiori con poteri speciali, capaci di essere la nostra “bacchetta magica”, un seme che potrebbe contenere rivelazioni che probabilmente ci condurranno molto più lontano di quanto ancora oggi si possa immaginare.

Idee che, come dice un fisico, ci conducono proprio sulla soglia della tana del Bianconiglio.

A questo proposito mi sembra corretto fare riferimento a un concetto espresso nell’articolo precedente “Un nuovo paradigma della realtà”, che ti suggerisco di leggere, ma che qui riassumo brevemente.

I pionieri della fisica quantistica avevano solo una vaga idea del territorio metafisico nel quale erano sconfinati e non sono perciò giunti alle implicazioni filosofiche alle quali stanno giungendo numerosi scienziati, provenienti da istituzioni credibili e di prima grandezza, che hanno prodotto una sperimentazione impeccabile.

La storia della fisica quantistica

La storia della fisica quantistica

La storia

di un fenomeno

ci aiuta

a comprenderlo

Il primo “shock”

Parleremo della storia della fisica quantistica partendo proprio dal suo inizio e seguendone l’evoluzione nel tempo.

E la storia inizia proprio nel momento in cui le evidenze dei dati sperimentali “cozzano” contro le leggi fisiche che fino a quel momento spiegavano il funzionamento di tutte le cose.

All’inizio del ventesimo secolo, cioè nei primi anni del ‘900, la fisica era considerata una scienza “matura” e “maggiorenne” e tuttavia, proprio in quel periodo i fisici si trovarono un po’ nei guai: i dati sperimentali relativi ad alcuni fenomeni non potevano essere spiegati dalle leggi fisiche note. C’era qualcosa che non andava!

I fenomeni che la fisica classica non riusciva a spiegare, e che condussero alla nascita della fisica quantistica, sono essenzialmente quattro:

  • la radiazione del corpo nero e la catastrofe utlravioletta;
  • la luce: l’effetto fotoelettrico;
  • gli spettri di emissione degli atomi;
  • l’effetto Compton.

In questo articolo ci occuperemo del primo di questi fenomeni: il corpo nero e la catastrofe ultravioletta. Gli altri tre fenomeni saranno oggetto di successivi articoli.

Ma andiamo con ordine! Che cosa diavolo è un “corpo nero”?

Comincia l’avventura della fisica quantistica

Un mistero irrisolto

Un mistero irrisolto

Prima ancora di parlare del corpo nero e della catastrofe ultravioletta, “luogo di nascita” della fisica quantistica, esploriamo insieme alcuni concetti fondamentali che ci aiuteranno a comprendere al meglio ciò di cui stiamo parlando.

All’inizio del 1900, uno dei problemi irrisolti dalla fisica classica (e all’epoca esisteva solo quella), aveva a che fare con l’energia termica; i fisici non riuscivano ancora a spiegarsi la relazione tra luce e calore, o meglio, la relazione tra il colore della luce emessa da un corpo e la sua temperatura.

Per farla breve, i fisici non riuscivano a capire il comportamento dei corpi riscaldati. Come mai cambiavano colore e come mai aumentava l’energia emanata?

In buona sostanza, i fisici avevano bisogno di una teoria che potesse spiegare il cambiamento di colore e l’aumento dell’energia emanata che si verifica nei corpi che vengono riscaldati, all’aumentare della temperatura.

Oggi sappiamo che ogni corpo, quando viene riscaldato, emette radiazioni elettromagnetiche. Questo è il motivo per il quale, quando arroventi un metallo, questo inizialmente assume un colore rosso per poi, all’aumentare della temperatura, diventare giallo e successivamente bianco.

Sappiamo anche che, sia il calore che la luce sono radiazioni elettromagnetiche che si differenziano solo per il valore della loro lunghezza d’onda.

Vediamo insieme alcune informazioni di base che ci aiuteranno a capire il tutto al meglio.

Il colore degli oggetti

In primo luogo, tieni presente che il colore degli oggetti dipende fondamentalmente da due fattori:

  • le caratteristiche dell’oggetto stesso;
  • le caratteristiche delle radiazioni che illuminano l’oggetto, che in parte vengono assorbite e in parte vengono riflesse.

Le onde elettromagnetiche

Un’altra cosa da tenere presente è che la luce è costituita da onde elettromagnetiche e le onde elettromagnetiche sono caratterizzate da alcune grandezze:

  • la lunghezza (λ), e cioè la distanza tra i punti corrispondenti di due onde successive;
  • l’ampiezza (A), e cioè la distanza tra il valore massimo dell’onda e il suo punto di equilibrio. L’ampiezza misura l’intensità dell’onda;
  • la frequenza (ν), e cioè il numero di oscillazioni che un’onda compie in un secondo. Per poter determinare la frequenza basterebbe contare il numero di creste che l’onda produce in un secondo. Per esempio, se tu buttassi un sasso in uno specchio d’acqua e questo generasse 6 onde in un secondo, la frequenza sarebbe di 6Hz.;
  • il periodo, che corrisponde al lasso di tempo necessario affinché una cresta si trovi nell’esatta posizione di quella che la precedeva. Potremmo dire che il periodo è l’intervallo di tempo della lunghezza d’onda.

Ovviamente, frequenza e lunghezza d’onda sono inversamente proporzionali e cioè, più lunga è la lunghezza d’onda, più bassa è la frequenza, mentre piò corta è la lunghezza d’onda e più alta è la frequenza.

Larghezza e frequnenza onda

Lo spettro elettromagnetico

L’insieme di tutte le possibili frequenze delle radiazioni elettromagnetiche, viene definito spettro elettromagnetico. A ogni lunghezza d’onda corrisponde un certo colore.

Pensa che lo spettro elettromagnetico, nella sua estensione, comprende radiazioni che vanno da lunghezze d’onda superiori al chilometro a radiazioni con lunghezze d’onda inferiori a un miliardesimo di millimetro!

La luce

La parte centrale dello spettro elettromagnetico rappresenta le frequenze visibili, la luce.

Questa comprende le radiazioni percepibili dall’occhio umano e rappresenta una piccola parte dell’intero spettro.

Si tratta di lunghezze d’onda comprese tra i 400 e i 700 nm, dove “nm” sta per “nanometro”, che è un miliardesimo di metro, o se preferisci, milionesimi di millimetro.

Il calore

Il calore è sempre una radiazione elettromagnetica emessa da un corpo quando questo viene portato a una determinata temperatura.

Osservando lo spettro elettromagnetico nell’immagine qui sotto riportata, puoi notare che le frequenze che, guardando l’immagine , vedi alla tua sinistra dello spettro visibile, sono frequenze che presentano una lunghezza d’onda maggiore e di conseguenza una frequenza più bassa. Per esempio, sopra i 720 nanometri, abbiamo l’infrarosso.

Viceversa, man mano che, guardando l’immagine, ti sposti verso la destra dello spettro visibile, le onde presentano una lunghezza minore e, di conseguenza, una maggiore frequenza. Per esempio, sotto i 380 nanometri, abbiamo l’ultravioletto.

Il forno a microonde, alcuni tipi di stufe, ma anche la lampadina elettrica, producono calore producendo onde elettromagnetiche nello spettro delle lunghezze d’onda infrarosse.

Spettro elettromagnetico

Il corpo nero

Il corpo nero

La “storia” del  corpo nero

Per chiarire un concetto, spesso ha senso fare riferimento alla sua storia; dove nasce e perché.

Perciò, per cominciare a parlare del “corpo nero”, farò riferimento alla sua storia riportando un breve passaggio del bellissimo libro “Il mondo secondo la fisica quantistica” di Fabio Fracas.

Quell’anno (1859), un altro fisico tedesco, Gustav Robert Kirchhoff, decise di indagare la correlazione tra temperatura e calore teorizzando un dispositivo in grado di assorbire tutto il calore a cui veniva sottoposto e di emettere, successivamente, un unico fascio di luce colorata.

 

Concretamente, questo dispositivo ideale poteva essere un semplice recipiente sferico cavo dotato di un minuscolo foro praticato in una parete.

 

Per Kirchhoff era la chiave utile a ricavare una formula che potesse predire la quantità di energia irradiata dal corpo, o meglio, la distribuzione spettrale dell’energia associata a ciascuna lunghezza d’onda, per qualsiasi temperatura […]

 

Lo strumento pensato dall’intraprendente fisico teorico era sia un assorbitore sia un emettitore ideale di radiazione; per questo motivo Kirtchoff stesso gli diede il nome di Corpo Nero.

 

Un assorbitore perfetto, infatti, non riflette alcun tipo di radiazione luminosa e appare completamente nero a qualunque osservatore.

 

L’emissione avveniva attraverso un forellino applicato sulla parete. Grazie a quel foro, la radiazione presente all’interno del corpo nero poteva fuoriuscire liberamente, mostrando un campione di tutte le lunghezze d’onda presenti all’interno del contenitore.

Il corpo nero

Riassumendo quanto sopra, in fisica, il corpo nero è un oggetto “ideale”, che non esiste in natura, capace di assorbire tutte le radiazioni elettromagnetiche che lo colpiscono (radiazione incidente), indipendentemente dalla loro lunghezza d’onda.

Praticamente, questo significa che nessuna radiazione passa attraverso un corpo nero e nessuna radiazione è riflessa da un corpo nero.

Come mai il corpo nero non riflette la radiazione? Pensa al corpo nero come a una cavità con un piccolo foro che lasci entrare e uscire le radiazioni.

Quando la radiazione è in equilibrio termico con le pareti della cavità, queste emettono tanta radiazione quanta ne assorbono. La radiazione che attraversa il foro, entrando nella cavità, viene assorbita dalla superficie interna. Riflettendosi innumerevoli volte all’interno della cavità stessa, viene completamente riassorbita prima di poter fuoriuscire.

Nonostante ciò, un corpo nero è comunque capace di emettere uno spettro di radiazioni. Questo però dipende solo dalla temperatura del corpo nero e non dalla sua forma, né dal materiale di cui è costituito.

In questo modo, sottoponendo il corpo nero a temperature diverse è possibile studiare tutte le frequenze dello spettro delle radiazioni elettromagnetiche in uscita.

Secondo la fisica classica

Secondo

la fisica classica

Tuttavia, secondo le leggi della fisica classica, ogni corpo con temperatura superiore allo zero assoluto, che è pari a – 273 gradi centigradi, emette, sotto forma di radiazione, un’infinita quantità di energia.

Quindi, un corpo nero in equilibrio termico dovrebbe irradiare onde elettromagnetiche in tutta la gamma delle frequenze. Dovrebbe inoltre emettere più energia al diminuire della lunghezza d’onda e al conseguente aumento della frequenza.

Perciò, in teoria, più aumenta la frequenza d’onda, maggiore è l’intensità della radiazione emessa dal corpo nero.

Inoltre, sempre secondo la fisica classica, l’intensità della radiazione di un corpo nero dovrebbe crescere all’infinito all’aumentare della frequenza, come nel caso dei raggi ultravioletti.

La catastrofe ultravioletta

La catastrofe

ultravioletta

Questo paradosso è conosciuto come catastrofe ultravioletta.

Se questo fosse vero, anche un semplicissimo forno domestico, se scaldato senza soluzione di continuità, dovrebbe essere in grado di emettere raggi ultravioletti, raggi X e gamma.

Tuttavia, questo non è ciò che accade; secondo le leggi e le equazioni della fisica classica questo è vero a livello teorico, ma non lo è nella nostra esperienza quotidiana, e soprattutto non lo è a livello sperimentale.

Infatti, l’intensità della radiazione emessa dal corpo nero, misurata sperimentalmente, diminuisce sia per le alte che per le basse frequenze

La catastrofe ultravioletta da Wikipedia

La catastrofe ultravioletta, chiamata anche catastrofe di Rayleigh-Jeans, è la predizione della fisica d’inizio XX secolo, evidentemente falsa, secondo la quale un corpo nero ideale in equilibrio termico con l’ambiente avrebbe dovuto emettere radiazione elettromagnetica con potenza infinita, come risultava dall’applicazione delle equazioni di Maxwell.

Essa costituì una delle prime indicazioni dei limiti intrinseci della fisica classica. La soluzione a questo problema attraverso la legge di Planck portò allo sviluppo della meccanica quantistica.

La soluzione di Max Planck

La soluzione di Planck

Una soluzione

che cambia

le regole del gioco

La soluzione al paradosso della catastrofe ultravioletta arrivò da un fisico teorico di nome Max Planck.

Lo stesso Max Planck, professore all’Università di Berlino, fu il primo a rimanere perplesso dalle sue conclusioni, in quanto scuotevano le fondamenta della fisica classica.

Tanto è vero che disse: «Si prova d’istinto un po’ di ripugnanza a rovinare le fondamenta delle teorie sui fenomeni elettrici e magnetici, che pure hanno trovato tante conferme sperimentali!»

Infatti, secondo la fisica classica, la radiazione elettromagnetica è fatta di onde distribuite con continuità nello spazio.

Invece, Planck affermò che la radiazione è costituita da unità elementari discrete di energia; i quanti.

L’idea dei quanti di energia era inimmaginabile per la fisica classica, una sorta di eresia!

Tuttavia, venne successivamente ripresa da Albert Einstein e da Niels Bohr per spiegare i problemi fino allora irrisolti in fisica classica.

Adottando l’idea dei quanti, Planck teorizzò una formula che per la prima volta riusciva a spiegare il corretto andamento della legge del corpo nero su tutto lo spettro di frequenze.

Secondo Planck:

  • la radiazione è costituita da unità discrete di energia (E);
  • questa è proporzionale alla frequenza di radiazione (n);
  • ed è inoltre proporzionale a una costante universale (h), oggi nota come costante di Planck.

La formula di Planck è quindi: (E =h ν).

Lo stesso Planck, almeno inizialmente non si rese del tutto conto della portata rivoluzionaria della sua ipotesi, empirica e fondata su di un artificio matematico.

Tuttavia questa gli valse il Nobel per la Fisica nel 1919.